Caterini: «Vendo le mie pecore perché la pastorizia muore»

6 Settembre 2021

L’allevatore di Valle Castellana fa parte di una famiglia che alleva ovini da generazioni e non molla ma è stato costretto a ridurre il suo gregge: «Siamo penalizzati da burocrazia e norme assurde»

VALLE CASTELLANA. Il Tir con un carico di trecento pecore si è allontanato e la tristezza e il senso di impotenza hanno preso il sopravvento. È stata una scelta forzata quella di Battista Caterini, 54enne allevatore di Macchia da Sole e assessore del Comune di Valle Castellana, che dopo quarant’anni di attività nella pastorizia ha dovuto vendere una quota consistente del suo gregge. Perché? «Per l’impossibilità di continuare l’attività con serenità a causa di una protezione e una tutela minima nei confronti di chi è allevatore e si impegna per tenere vivo un lavoro che, purtroppo, è destinato a scomparire», tiene a precisare Caterini.
LA CRISI. È un’attività economica, ma soprattutto una tradizione secolare dell’Abruzzo e delle nostre montagne, quella della pastorizia, alla quale è legata la transumanza, che è stata riconosciuta patrimonio immateriale dell’Unesco, è stata cantata nei versi di scrittori come D’Annunzio e rappresentata in opere d’arte. La sopravvivenza della pastorizia è, però, minacciata dall’eccessiva burocrazia, dalle riforme normative che non sempre la tutelano, dalle mutate condizioni sociali e dalla mancanza di manodopera. Un lavoro che oggigiorno in pochi ereditano o intraprendono. Basta pensare che negli anni ‘70/’80 solo nei comuni di Valle Castellana e Rocca Santa Maria si contavano più di 70mila capi di ovini, oggi ce ne sono circa 15mila.
LA STORIA. Battista, la cui famiglia è da generazioni nella pastorizia, è innamorato del proprio lavoro e non vuole arrendersi. Da oltre mille pecore il suo gregge conta oggi seicento capi, che trasferisce percorrendo sentieri e boschi ad alta quota, seguendo il tempo e le stagioni, tra l’Abruzzo e le Marche. Ora è in attesa della nascita degli agnellini, una festa della vita che si rinnova. Senza mai fermarsi e con l’entusiasmo di quando era bambino e ammirava il padre e il nonno. «Ho iniziato ad apprendere i segreti del mestiere a 14 anni», racconta, «prima non c’erano comodità, ma di pastorizia si viveva bene ed era un pilastro della nostra economia. Fare il pastore è una passione: si è impegnati 365 giorni l’anno, ma è indescrivibile la sensazione di benessere nello stare immersi in paesaggi di una bellezza unica. Conosco la montagna a menadito, non esistono paura e stanchezza e ricordo quando raggiungevamo i pascoli a piedi o a cavallo, allestivamo i recinti di corda fatti a mano e tornati a casa facevamo il formaggio nel grosso camino sempre acceso. Allora le invernate erano dure e nevicava per mesi, ma nulla ci fermava. Oggi ci si sposta con le jeep, l’inquinamento ha portato le bestie a essere più delicate e necessitano di costosi trattamenti, spesso entrano in contatto con gli animali selvatici come i cinghiali che possono trasmettere loro malattie, ogni azione intrapresa deve seguire rigidi iter normativi». Se la suggestione dei paesaggi è rimasta la stessa, molto è cambiato nel modo di fare pastorizia. «Mungo ancora manualmente le mie pecore, ma non faccio più il formaggio perché la normativa al riguardo è troppo cavillosa», prosegue, «vendo il latte, gli agnelli e cerco di vendere la lana, ma non è facile: ormai si usano solo fibre sintetiche e a volte non riesco nemmeno a recuperare i costi della tosatura. La manodopera non si trova, i ragazzi italiani non vogliono fare i pastori e dobbiamo ricorrere a quella dell’Est Europa», aggiunge, «ma i problemi più grandi e insormontabili sono l’eccessiva burocrazia e la politica agricola comunitaria (Pac) che ci penalizzano, creano sperequazioni e rendono sempre più impraticabile questa attività».
LE BATTAGLIE. Caterini ha partecipato a varie proteste, come quella del 2019 a Campo Imperatore organizzata dagli allevatori abruzzesi, è stato a esporre le ragioni della categoria al ministero dell’Agricoltura e anche in televisione. Una modifica alla legislazione è stata apportata, ma non è ritenuta sufficiente. «Il mio è il lavoro più bello del mondo, ma alle condizioni di oggi non lo consiglio ai miei figli», conclude, «combatto oggi giorno queste leggi assurde: nonostante salvaguardiamo una tradizione autentica e antica, che racconta la nostra storia e le nostre radici, siamo penalizzati e disincentivati a continuare. Questa è una sconfitta non solo per i pastori ma per tutti, perché si perdono i prodotti genuini e tipici e il senso di appartenenza e di identità dell’essere abruzzesi e italiani».
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