Cavatassi: «Leggo per non impazzire»

6 Febbraio 2018

La sorella dell’imprenditore di Tortoreto accusato dell’omicidio del socio: lottiamo perché abbia un processo giusto

TORTORETO. «Mi rendo conto solo ora come il destino possa riservare delle esperienze che vanno oltre ogni immaginazione. Prima di vivere tutto questo non avevo mai riflettuto a fondo sul concetto di giustizia e di punizione, o su come, spesso, si possa essere troppo facilmente giustizialisti di fronte a quello che potrebbe essere anche un errore giudiziario». Questa è una delle lettere che Denis Cavatassi, 50 anni, l’imprenditore di Tortoreto condannato a morte e rinchiuso nelle carceri thailandesi con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del suo socio, Luciano Butti, ucciso nel 2011 a Pukhet dove entrambi avevano un'attività di ristorazione, ha inviato in Italia, alla sua famiglia.
Sul caso di Cavatassi, dopo anni di silenzio (una strategia consigliata da qualcuno alla famiglia per evitare di urtare le autorità thailandesi), si sono riaccesi all’improvviso i riflettori. Ieri diversi quotidiani nazionali raccontavano la sua vicenda, oggi in Senato si terrà (vedi articolo a fianco) una conferenza stampa che coinvolge la famiglia, la politica e le associazioni umanitarie. L’obiettivo è far sapere all’Italia intera che c’è in Thailandia c’è un connazionale condannato a morte che si è sempre detto innocente e ritiene di non aver avuto un giusto processo.
Arrestato subito dopo l'omicidio, Denis fu rilasciato su cauzione. Poteva scappare. Non l'ha fatto. Ha aspettato il processo convinto di un'assoluzione. E invece è arrivata la condanna a morte. Ora è in corso l'appello alla Corte Suprema. Romina, sua sorella, sta conducendo una battaglia perché venga riconosciuta l'innocenza di suo fratello. Accanto a lei c'è ora l'avvocato Alessandra Ballerini (la stessa delle famiglie di Giulio Regeni e Andy Rocchelli, tra le maggiori esperte in Italia di diritti umani). «Le nostre speranze», spiega Romina a Repubblica, «sono che venga assolto e dichiarato innocente, quale è. Speriamo e confidiamo nella serietà e professionalità della Corte suprema, composta da tre giudici di esperienza. Speriamo che eseguano un esame attento della documentazione, dell'iter processuale e delle varie violazioni che ci sono state. Speriamo che gli si garantisca un processo equo che finora non c'è stato».
In questo momento Denis è nell'ospedale di Bangkok per essere operato a un'ernia inguinale. «A parte questo», racconta Romina con l'avvocato Ballerini , «nonostante le condizioni di detenzione, fisicamente sta abbastanza bene. Moralmente e psicologicamente è molto provato e alterna momenti di speranza a momenti di disperazione. Si è rifugiato nella lettura e nella scrittura. Si è sforzato di imparare a leggere il Thai per avere accesso a un minimo di scelta di lettura in più. Non possiamo neanche, infatti, mandargli dei libri da lasciare in donazione al penitenziario. Il massimo che ci hanno consentito è stato l'invio di quattro libri».
«In questi mesi di inferno ho acquisito la consapevolezza che l'essere umano è dotato di una capacità di sopravvivenza molto forte», scrive Denis in una delle sue lettere. «Per non impazzire mi sono rifugiato nei libri, nella speranza di ricerca di un barlume di calore sociale. L'istinto di autoconservazione ha acuito, però, con il passare del tempo, le mie capacità intellettive, predisponendomi alla sopravvivenza pura. Il pensiero e la voglia di riabbracciare la mia piccola Asia e la mia famiglia in Thailandia e in Italia, i miei amici che non mi hanno mai abbandonato mi danno la forza di andare avanti e la speranza che la giustizia faccia luce sulla mia innocenza. L'amore mi salva e mi dà la forza di andare avanti e non perdere la testa e la speranza».
Le lettere sono l'unico strumento di comunicazione con la famiglia. «Non ci è consentito chiamarlo», racconta ancora Romina a Repubblica, «né a lui di chiamare noi. Abbiamo notizie attraverso la moglie e gli amici che vanno regolarmente a trovarlo. Io l'ho visto il 5 gennaio. Sono andata a trovarlo insieme a mia cognata, ad un amico d'infanzia in vacanza in Malesia e, per la prima volta, insieme alla mia nipotina di 6 anni: Asia. Lo abbiamo visto per un'ora circa attraverso uno schermo interno. Non ci hanno consentito di vederlo di persona. Vedere sua figlia lo ha straziato ma gli ha anche dato tantissima forza. È stato molto straziante anche per me.Spero, però, di avergli portato un po' di speranza e un po' di forza. Gli ho raccontato di avere ora l'appoggio e l'aiuto della commissione dei diritti umani che aveva fatto un'interrogazione parlamentare poco prima di Natale e che anche l'ambasciata mi sembra più proattiva e presente».(red.te)