Cavatassi: «Stare qui è come rinascere»

23 Dicembre 2018

L’imprenditore di Tortoreto racconta il suo calvario: l’arresto, il processo, la condanna a morte e il carcere duro

TORTORETO. «Il primo risveglio nella mia casa a Tortoreto è stato come rinascere». Così ieri mattina Denis Cavatassi ha cominciato il suo racconto degli anni di durissima reclusione in Thailandia. «Sto riscoprendo le cose e i libri che ho lasciato qui nove anni fa, ma anche i bellissimi panorami delle colline di Tortoreto che mi mancavano». Questo mentre cominciava il via vai di amici e parenti nella sua casa. Anche il sindaco Domenico Piccioni gli ha rivolto il bentornato da parte della cittadinanza che in questi anni lo ha sostenuto incondizionatamente nonostante la distanza. L’incubo di Denis è terminato lunedì con la sentenza della Corte suprema del Paese asiatico, che lo ha scagionato dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio del socio in affari (insieme gestivano un ristorante), annullando la condanna a morte e facendolo tornare un uomo libero. Dopo il viaggio e gli incontri istituzionali a Roma, Denis è tornato nella sua casa a Tortoreto giovedì sera, dove mancava dal 2009 e dove ha potuto riabbracciare la figlia di sette anni e tutta la famiglia. Con serenità, ora che sono alle spalle, può raccontare gli anni più bui della sua vita.
L’INIZIO DELL’INCUBO. «Con Luciano Butti avevo un rapporto molto stretto: ci vedevamo ogni giorno e nell’ultimo periodo prima della sua morte tentavo di sostenerlo emotivamente, visto che viveva il momento difficile della separazione con la moglie. Fu ucciso proprio in quei giorni del 2011 e la polizia di Phuket brancolava nel buio, non essendoci testimoni dell’accaduto. Da qui la decisione di recarmi autonomamente dalla polizia per aiutare nelle indagini. Ma improvvisamente, da collaboratore sono diventato il principale accusato. È successo a causa di un equivoco: la polizia aveva documentazione sbagliata sulla partecipazione societaria del nostro locale e questa differiva rispetto alla mia deposizione. Lì sono arrivate le manette. Il prestito che avevo concesso a uno dei dipendenti risultato poi uno degli assassini ha fatto il resto: nessuno ha voluto ascoltarmi ed indagare davvero mentre mi si affibbiava il ruolo di mandante dell’omicidio senza delle vere prove. Dopo due giorni in terribili condizioni in caserma, si sono aperte le porte del carcere vero e proprio: non dimenticherò mai la scena del mio arrivo, con gli altri detenuti affacciati tra le sbarre e incuriositi. Le condizioni erano difficili, poi è arrivata la scarcerazione, seppur con l’obbligo di non lasciare la Thailandia. Per colpa della prima reclusione non ho potuto vedere mia figlia nascere e a causa della libertà condizionata non ho potuto celebrare il mio matrimonio in Italia, come avevamo programmato con mia moglie».
SENTENZA E CARCERE DURO. «Il processo è stato molto frustrante per me, perché non riuscivo a capacitarmi di quanto stava accadendo, certo della mia innocenza che continuavo a urlare: indagini superficiali e una condanna a morte, prima inflitta e poi confermata, senza supporto da parte delle autorità thailandesi, nemmeno psicologico. Anzi, nel 2017, quando sono sbarcato nel carcere di massima sicurezza, le condizioni erano veramente disumane. Ammassati in centinaia, avevamo meno di cinquanta centimetri di spazio ciascuno. Senza un letto e con le catene ai piedi. E c’era il pericolo della scabbia. Nessuno con cui riuscire a parlare, isolamento totale e l’impossibilità di visite da parte dei famigliari. La speranza non mi ha mai abbandonato, ma i nervi a quel punto hanno cominciato a cedere, mentre avanzava e diventava chiodo fisso il rimorso di non essere fuggito dalla Thailandia quando ne avrei avuto l’occasione. Mentre vivi una situazione del genere ti chiedi se c’è un senso in quello che stai vivendo, ma un senso non c’è. Capisci però che certe cose, che pensavi succedano solo nei film, in realtà possono accadere veramente anche a te e chi ti sta vicino. L’isolamento, invece, è la cosa peggiore: ti costringe a scavare dentro te stesso, mentre le emozioni si amplificano e vivi una lotta interna tra la rabbia, la paura, la rassegnazione e la speranza. A salvarmi sono stati inizialmente i libri. Poi un’ernia: per operarmi, infatti, sono stato trasferito in un ospedale militare e ho potuto riavere la comodità di un letto ed è stato anche più semplice ricevere visite e vedere mia figlia. Poi sono cominciate ad arrivare anche le lettere, con messaggi bellissimi dall’Italia che hanno aiutato a tenere occupata la mente e ad aggiornarmi su quello che succedeva in Italia».
IL FUTURO E L’IMPEGNO. «Oggi posso dire di aver fatto la scelta giusta a presentarmi davanti ai giudici thailandesi, invece di scappare, perché questo mi ha permesso, seppur tra tante sofferenze, di essere oggi un uomo libero e senza quella macchia infamante. Questo mi permette anche di tornare in Thailandia con mia moglie e mia figlia. Il ministero della giustizia del Paese asiatico, infatti, mi ha offerto la cittadinanza, anche se dalla magistratura non ho ricevuto scuse per il mio calvario. Intendo però riprendere in quel Paese e non solo un impegno al fianco dei detenuti, cosa che ho cominciato nel mio periodo di libertà condizionata. Ho capito sulla mia pelle che la reclusione è disumana: è l’umanità che abbandona una parte di se stessa. Nessuno merita di essere emarginato ed umiliato come è successo a me. Ho scoperto le condizioni in cui vivono i detenuti e il fatto che al loro fianco non c’è quasi nessuno quando hanno bisogno di aiuto. Io devo ringraziare la diplomazia italiana, la mia famiglia e tutti coloro che mi sono stati vicini, ma in tanti non hanno la stessa fortuna, anche quando sono innocenti».
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