Chiede 5 milioni di danni al Comune

Nereto, il “Centro servizi Vibrata” ha atteso invano strade e opere di urbanizzazione
NERETO. La zona produttiva non decolla, le opere di collegamento stradale non si fanno nonostante accordi e convenzioni e chi ha investito perde affari. Ora, a distanza di 16 anni, un’impresa (rappresentata dall’avvocato Danilo Consorti) ha chiesto il conto al Comune di Nereto per circa 5 milioni di euro su un danno complessivo stimato di quasi 16 milioni.
L’impresa si è rivolta al Tar per ottenere giustizia e ristoro economico per quegli impegni sottoscritti e mai mantenuti dall’ente che le opere le aveva affidate al Consorzio degli industriali in forza di convenzione. Era il 2002 quando venne approvato il Prg per la nuova area produttiva in zona stadio a Nereto. Poi si passò al Pre, prevedendo opere di urbanizzazione per quasi 2,5 milionidi euro. In particolare, la srl (che ha realizzato un grosso complesso di servizi, con bar, mensa, locali commerciali e altro) faceva affidamento sulla realizzazione di un’arteria di collegamento diretto tra la Sp 259, all’altezza del cimitero comunale, e via I Maggio (denominata strada del “Lago verde”), con attraversamento della nuova zona produttiva. Ebbene, l’investimento per quell’ingente complesso immobiliare comportò alla società “Centro Servizi Val Vibrata” il versamento di oltre 500mila euro di cui quasi 100mila alla tesoreria del Comune di Nereto per l’acquisizione delle aree e oltre 440mila al consorzio Conin (la società ha deciso di agire anche contro quest’ultimo) per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria delle aree destinate a insediamenti produttivi. Insomma, il Comune non avrebbe provveduto a completare l’iter degli espropri, impedendo di andare avanti al consorzio, che però è stato regolarmente pagato dall’impresa.
Nel frattempo si sono aggiunti ricorsi al Tar e alla giustizia civile dei proprietari della aree: hanno avuto ragione contro il Comune (che li deve risarcire per qualche centinaia di migliaia di euro) che sta tentando il ricorso in Cassazione. L’impresa ora chiede il conto per perdita di chance, danno emergente e lucro cessante per gli affari sfumati in questo grande pasticcio. Infatti, nei capannoni, l’impresa ha visto ad esempio una grossa catena di elettrodomestici chiudere dopo un anno per mancanza delle opere stradali, un’altra di prodotti per l’igiene rinunciare all’apertura di uno store per l’incertezza legata alle opere di urbanizzazione. Basti pensare che, ad oggi, la zona industriale è quasi fantasma, con strade impercorribili e tracciati mai fatti o mai terminati. (adp)
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