«Chiesi soldi agli strozzini per pagare gli operai»

12 Ottobre 2017

Testimonianza al processo per usura: «Facevo i mobili per i Map del terremoto ma i soldi dello Stato non arrivavano»

TERAMO. L’altra faccia della crisi si racconta in un’aula di tribunale. Perchè è in un processo per presunti casi d’usura che prende forma la storia di un imprenditore teramano sfiancato dai crediti riscossi in ritardo, anche dagli enti pubblici, ma deciso a pagare gli operai a tutti i costi «anche chiedendo i soldi a strozzo». Ha un nome che fa paura l'infinito girone dantesco dove dal 2011 s'avvita: si chiama usura. Tecnicamente «un prestito concesso con il tasso d'interesse superiore al massimo indicato dal ministero del Tesoro». In pratica, un pozzo nero dove s'ammassano ansia e solitudine, disperazione e impotenza. «Avevo un’azienda che produceva mobili», racconta l’uomo in aula rispondendo alle domande del pm Luca Sciarretta, «ho vinto delle gare per la fornitura di arredi alle casette di legno del terremoto dell’Aquila del 2009. Sono arrivato ad avere anche 90 dipendenti. Ma da un certo momento in poi i pagamenti dei lavori sono arrivati in ritardo e lì è iniziato tutto. Perchè io ho sempre pagato gli operai e per farlo ho chiesto anche i soldi agli usurai».
Secondo la Procura 60mila euro da restituire ad un tasso del 20%. Non solo attraverso soldi, ma anche con mobili e cambiali (due delle quali ritrovate in casa di uno degli imputati). Il processo, che si è aperto ieri mattina davanti al collegio presieduto da Alessandro Iacoboni (a latere Francesca Avancini e Carla Fazzini) è quello a carico di Giuseppe Cacciapuoti, 49enne campano, e Piero Guarnieri, 39enne rom di Mosciano. Secondo l’accusa della Procura sarebbe stato messo in piedi un giro di rapine e spaccio servite per procurarsi i soldi con cui fare prestiti usurari. Nell’indagine erano coinvolte altre nove persone, accusate solo di spaccio, che hanno già definito la propria posizione con riti alternativi. Gli accertamenti investigativi, soprattutto intercettazioni, hanno portato a stabilire come la mente delle rapine fosse il napoletano e a ricostruire modalità operative di svariati colpi. Ma le intercettazioni non sono state il solo strumento investigativo che ha consentito di mettere insieme il risultato. Un particolare contributo, e questo gli inquirenti lo hanno più volte sottolineato nelle varie fasi dell’inchiesta, è arrivato dalle vittime, dagli usurati. Come l’imprenditore di ieri e l’altro che sarà ascoltato nella prossima udienza. Quello di ieri è andato avanti a pagare finchè ha resistito. Poi, quando dell’azienda non è rimasto nulla, è finito in un’inchiesta per droga. Ora fa l’operaio e sta cercando di riprendersi la vita. (d.p.)
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