Cingalese ucciso a Garrufo, la vedova: "Pochi 10 anni"

9 Giugno 2014

Depositate le motivazioni della sentenza di condanna del giovane cingalese che accoltellò l’amico. La donna chiede alla procura di fare ricorso in appello

SANT’OMERO. Le ha ucciso il marito davanti agli occhi mentre era incinta del secondo figlio ed è stato condannato a 10 anni al termine di un rito abbreviato. Ora lei, giovane vedova, chiede che quella sentenza venga appellata perchè «è troppo poco per un omicidio». Addura è la moglie di Susira Sattambi, l’operaio cingalese di 30 anni ucciso con una coltellata sferrata dall’amico connazionale Udara Chandima Kolamunnage. Il 6 agosto l’uomo accoltellò Susira sul pianerottolo di casa a Garrufo dopo che l’altro gli aveva dato del terrorista e in aula ha detto: «è stata una disgrazia, abbiamo cominciato a litigare, l’ho colpito con le mani e poi non mi sono reso conto di aver in mano un coltello». Il giudice Franco Tetto nelle motivazioni della condanna parla di un di un delitto d’impeto anche se, scrive « non c’è alcun ragionevole dubbio sulla sussistenza di una volontà dolosa diretta (e non meramente preterintenzionale) a provocare, come è avvenuto, la morte della persona offesa». Per il calcolo della pena il giudice, che parte da una pena base di 24 anni, considera l’incesuratezza dell’imputato a cui concede le attenuanti generiche. Scrive, infatti, Tetto: «la condizione di incesuratezza dell’imputato (titolare al momento del fatto di permesso di soggiorno e di fonti di reddito derivanti dallo svolgimento di regolare attività lavorativa) – valutata in relazione all’atteggiamento di tacita resipiscenza manifestato dal Kolamunnage (rimasto sul posto in attesa dell’arrivo dei primi soccorsi e degli agenti di polizia giudiziaria) immediatamente dopo la consumazione del reato – giustifica il riconoscimento delle attenuanti generiche». Ed è proprio sulla concessione delle attenuanti generiche che l’avvocato di parte civile, l’avvocato Luca Macci, ha presentato un’istanza alla procura per chiedere l’impugnazione in appello. «Il giudice ha errato nella valutazione in ordine alla concessione delle attenuanti generiche», si legge nel provvedimento, «ed è possibile affermare questo non sulla base di una mera congettura difensiva, ma su dati di fatto emersi nel corso del giudizio. E’ di tutta evidenza come il giudice abbia fondato il proprio convincimento, in ordine alla concessione delle attenuanti generiche, su un’analisi di elementi singoli, ma assolutamente non determinati. La ricostruzione analitica dei fatti riportata in sentenza con affermazione della sussistenza dell’animus necandi in ordine al reato contestato di omicidio offrono un dato inequivocabile sulla capacità a delinquere dell’imputato e sulla futilità dei motivi che hanno indotto lo stesso ad uccidere con efferatezza».(d.p.)

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