Cocaina arrivata dalla camorra Condanne per 20 anni di carcere

I giudici ne infliggono 12 al campano Giuseppe Cacciapuoti e otto al teramano Piero Guarnieri Riconosciuto un risarcimento danni di ventimila euro a uno degli imprenditori che ha denunciato
TERAMO. A raccontare per sempre il processo resterà l’immagine del camorrista diventato collaboratore di giustizia che in aula parlò «di quei chili di cocaina che ogni settimana partivano da Napoli per arrivare a Teramo nascosti anche nelle ruote di scorta delle macchine». Dopo due anni di udienze con centinaia di testimonianze a svelare un giro di spaccio, rapine, droga e usura con imprenditori sfiniti dalla crisi diventati vittime di prestiti che in alcuni casi hanno sfiorato tassi di interesse del 600%, è una sentenza a vent’anni complessivi di carcere quella che arriva in primo grado dal collegio presieduto dal giudice Marco Procaccini (a latere Erika Capanna Piscè e Carla Fazzini). Rispettivamente 12 anni e nove mesi per il 52enne Giuseppe Cacciapuoti, campano e all’epoca dei fatti residente tra Teramo e Mosciano, otto anni per Piero Guarnieri, 42enne di Mosciano, sette mesi e dieci giorni per Geanina Ionela Stefan, 34 anni, bulgara residente a Mosciano. Per i primi due la condanna, così come precisato in un corposo dispositivo, è per usura e cessione di sostanza stupefacente; per la donna è per cessione.
Un’inchiesta, quella su droga e usura, firmata dal sostituto procuratore Luca Sciarretta (ora in servizio alla Procura di Pescara) che nella requisitoria per Cacciapuoti aveva chiesto una condanna a 14 anni e per Guarnieri a sette anni e otto mesi. Una lunga requisitoria (iniziata alle 9.30 e finita dopo le 16) in cui il magistrato aveva più volte sottolineato «la messe di riscontri». A supportare le parole oltre 400 pagine di intercettazioni telefoniche e ambientali a restituire in termini di oggettività la veridicità di testimonianze e dichiarazioni su fiumi di cocaina e soldi.
Secondo l’accusa sarebbe stato messo in piedi un giro di rapine e spaccio servite per procurarsi i soldi con cui fare prestiti usurari. Spaccio di droga che aveva a Mosciano, nell’abitazione di Cacciapuoti, il suo quartier generale per poi arrivare sulla costa, in Val Vibrata e a Teramo. Nell’indagine inizialmente erano coinvolte altre nove persone, accusate solo di spaccio, che hanno già definito la propria posizione con riti alternativi. Gli accertamenti investigativi, soprattutto intercettazioni, hanno portato a stabilire, sempre secondo la Procura, come la mente delle rapine fosse Cacciapuoti, diventato punto di riferimento per lo spaccio, e a ricostruire modalità operative di svariati colpi.
Ma la mole di intercettazioni raccolta non è stato il solo strumento investigativo che ha consentito di mettere insieme il risultato finale. Un particolare contributo, e questo gli inquirenti lo hanno più volte sottolineato nelle varie fasi dell’inchiesta con lo stesso pm a ricordarlo nel corso della requisitoria, è arrivato dalle vittime, in particolare dagli usurati (con uno di loro che si è costituito parte civile rappresentato dall’avvocato Pierfrancesco Manisco e per cui il tribunale ha riconosciuto un risarcimento danni di 10mila euro da Cacciapuoti e altrettanti da Guarnieri). Tra chi ha raccontato, senza denunciare, anche un imprenditore che ormai impossibilitato a pagare dopo aver perso la sua piccola impresa ha tentato di togliersi la vita. Quando le sue conversazioni sono state intercettate non ha potuto negare e ha parlato con gli investigatori. Ma non ha denunciato «perché», ha raccontato all’epoca in aula durante la sua drammatica testimonianza, «quando le banche hanno chiuso i rubinetti solo l’usuraio mia ha prestato i soldi».
Una ricostruzione, quella della Pubblica accusa, che ha superato il banco di prova del primo grado. Ora la battaglia si sposta in Appello. Hanno preannunciato ricorso, una volta lette le motivazioni della sentenza, gli avvocati Guglielmo Marconi (difensore di Cacciapuoti) e Nello Di Sabatino (difensore di Guarnieri).
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