Cocaina della camorra, chiesti 23 anni

La requisitoria del pm per il campano Cacciapuoti e il teramano Guarnieri: sotto accusa anche un vasto giro di usura
TERAMO. A raccontare per sempre il processo resterà l’immagine del camorrista diventato collaboratore di giustizia che in aula parlò «di quei chili di cocaina che ogni settimana partivano da Napoli per arrivare a Teramo nascosti anche nelle gomme delle macchine». Prima delle sue parole due anni di indagini minuziose puntellate da testimonianze e intercettazioni a svelare un giro di spaccio, rapine, droga e usura con imprenditori sfiniti dalla crisi diventati vittime di prestiti che in alcuni casi hanno sfiorato tassi di interesse del 600%. «Una messe di riscontri» li definisce più volte il pm Luca Sciarretta nella sua lunga requisitoria (iniziata alle 9.30 e finita poco prima delle 16) che si chiude con la richiesta di quasi 23 anni di carcere: 14 anni e 2 mesi per il 50enne campano Giuseppe Cacciapuoti, 7 anni e 8 mesi per Piero Guarnieri, un anno per la compagna di quest’ultimo Janina Jonela Stefan. Dice in aula Sciarretta attualmente in servizio alla Procura pescarese: «Le testimonianze hanno riscontri oggettivi e individualizzanti». A supportare le parole oltre 400 pagine di intercettazioni a restituire in termini di oggettività la veridicità di testimonianze e dichiarazioni su fiumi di cocaina e soldi.
Secondo l’accusa sarebbe stato messo in piedi un giro di rapine e spaccio servite per procurarsi i soldi con cui fare prestiti usurari. Spaccio di droga che aveva a Mosciano, nell’abitazione di Cacciapuoti, il suo quartier generale per poi arrivare sulla costa, in Val Vibrata e a Teramo. Nell’indagine inizialmente erano coinvolte altre nove persone, accusate solo di spaccio, che hanno già definito la propria posizione con riti alternativi. Gli accertamenti investigativi, soprattutto intercettazioni, hanno portato a stabilire, sempre secondo la Procura, come la mente delle rapine fosse il napoletano, diventato punto di riferimento per lo spaccio, e a ricostruire modalità operative di svariati colpi. Ma la mole di intercettazioni raccolta non è stato il solo strumento investigativo che ha consentito di mettere insieme il risultato. Un particolare contributo, e questo gli inquirenti lo hanno più volte sottolineato nelle varie fasi dell’inchiesta, è arrivato dalle vittime, in particolare dagli usurati (con uno di loro che si è costituito parte civile rappresentato dall’avvocato Pierfrancesco Manisco). Tra chi ha raccontato, senza denunciare, anche un imprenditore che ormai impossibilitato a pagare dopo aver perso la sua piccola impresa ha tentato il suicidio. Quando le sue conversazioni sono state intercettate non ha potuto negare e ha parlato con gli investigatori. Ma non ha denunciato «perché», ha detto, «quando le banche hanno chiuso i rubinetti solo l’usuraio ha prestato i soldi». Si torna in aula a febbraio davanti al collegio presieduto da Marco Procaccini (a latere Erika Capanna Piscè e Carla Fazzini) con le arringhe degli avvocati Gugliemo Marconi per Cacciapuoti e Nello Di Sabatino per Guarnieri.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

