Crac ex Tercas, chiuso il processo romano

Il pm chiede 8 anni per l’ex direttore Di Matteo e 4 per l’ex presidente Nisii, la sentenza a gennaio
TERAMO. La sentenza è prevista per il 18 gennaio dopo che martedì, finite le arringhe difensive, il collegio ha chiuso l’istruttoria dibattimentale acquisendo gli ultimi atti. Nell’attesa a scandire il processo a Roma per il crac della banca ex Tercas (fatti avvenuti prima dell’acquisizione da parte della Banca Popolare di Bari) ci sono le richieste della Pubblica accusa rappresentata dal pm Maria Sabina Calabretta per gli otto imputati. Tra questi ci sono l’ex direttore generale Antonio Di Matteo e l’ex presidente Lino Nisii: per il primo la Procura ha chiesto una condanna a 8 anni, per il secondo a 4. A Di Matteo la Procura contesta le accuse di bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita, ostacolo alle funzioni della vigilanza (l’associazione a delinquere si è prescritta). Nisii deve rispondere solo di ostacolo alle funzioni della vigilanza. La Procura ha chiesto una condanna a 7 anni e 6 mesi per l’ex re del mattone Raffaele Di Mario. Tra le parti civili costituite ci sono molte associazioni di consumatori. Il collegio giudicante presieduto da Valentina Valentini ha aggiornato per il 18 gennaio con la camera di consiglio e la sentenza.
Il processo, iniziato nel 2015 e che nel corso degli anni ha visto il cambio di numerosi collegi giudicanti della nona sezione penale del tribunale della Capitale, è quello nato dalla maxi inchiesta della Procura romana prima sul crac Di Mario e successivamente sul coinvolgimento della ex Tercas poi commissariata dalla Banca d’Italia e acquisita dalla Banca Popolare di Bari.
Un tribunale, quello romano, che a inizio del processo ha stabilito che il procedimento restasse nella Capitale respingendo tutte le eccezioni presentate dalle difese, a cominciare da quella dell’incompetenza territoriale del collegio giudicante. Secondo i legali, infatti, il processo doveva essere spostato a Teramo dove avrebbero avuto origine i reati contestati. Ma il processo è rimasto a Roma.(d.p.)
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