Crescono i fallimenti e le famiglie indebitate

I consumatori in tribunale per chiedere piani di rientro per mutui di casa e auto Sprofonda il settore dell’edilizia. Il giudice: «Il peggio non è passato»
TERAMO. Nello specchio deformante dell’Italia di oggi è la forza delle cose che s’incarica di restituirci la realtà.
E allora i beneauguranti segnali di un pil in lievissima crescita e di uno spread in picchiata a poco servono quando i numeri di un osservatorio particolare come quello del tribunale raccontano non solo l’aumento dei fallimenti ma anche, e soprattutto, quello di famiglie indebitate costrette a ricorrere a piani di rientro per pagare le rate del mutuo per la casa o per la macchina. Nei primi tre mesi del 2015 nel Teramano sono triplicate: erano tre l’anno scorso, sono diventate sei.
Certo sono numeri piccoli, ma sicuramente significativi se si pensa che fino a due anni fa non comparivano in nessun computo. L’Italia che cambia inghiotte gente così, persone normali, entrate nelle statistiche della nuova povertà senza saperlo. Perchè magari loro non lo sanno ma sono diventati quelli che gli esperti chiamano “working poor”, lavoratori con redditi bassi che spesso non arrivano nemmeno alla prima settimana del mese. Così via libera ai cosiddetti piani di sovraindebitamento che, in sintesi, sono dei concordati preventivi per privati previsti da una legge del 2012 (ne parliamo nell’articolo in alto).
E sono questi numeri a far dire a Giovanni Cirillo, dal 2013 giudice delegato ai fallimenti del tribunale teramano (che mette insieme il 40% delle procedure fallimentari di tutto il distretto) e che ogni giorno è nella trincea delle procedure concorsuali: «Sono in disaccordo totale con chi dice che la crisi è finita e ritengo che il fondo non sia stato nemmeno toccato, quest’anno andrà peggio. Non vedo ripresa, non vedo liquidità».
I dati dei primi tre mesi del 2015 sembrano dare corpo a queste previsioni: 24 i fallimenti già dichiarati, uguale al 60% in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Sprofonda soprattutto il settore dell’edilizia con un mercato del mattone che, nonostante qualche debolissimo segnale di ripresa, resta ancora al palo. «Nel mondo dell’edilizia non si salva nessuno, piccoli e grandi, e oggi comincia ad andare in crisi anche il settore dell’indotto» aggiunge Cirillo. E, incalza il giudice, un altro segnale di una crisi ancora ben lontana dalla fine è la diminuzione dei concordati preventivi: fino ad oggi sono stati 5, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso erano stati 10. «Anche questo è un brutto indicatore», conclude Cirillo, «perchè i concordati vengono fatti quando c’è un minimo di liquidità da parte dell’azienda che riesce a garantire i creditore. Quando non vengono richiesti vuol dire che non c’è più nessuna speranza di salvezza». Perchè in questa direzione vanno i concordati preventivi (più di 40 quelli concessi l’anno scorso), in particolare quelli in continuità aziendale introdotti con il cosiddetto decreto sviluppo nell’ambito delle modifiche alla legge fallimentare. Il concordato con continuità aziendale non prevede sic et simpliciter la liquidazione dell’impresa, ma il suo obiettivo è la prosecuzione attraverso un risanamento dell’attività. La continuità è l’elemento che “scuda” da ipotesi di fallimento e, per legislatore e addetti ai lavori, rappresenta una fortissima tutela per il debitore. Nel frattempo il tribunale si fa garante dando all’impresa la possibilità di una sorta di “finanza ponte” che le consenta di ottenere in tempi rapidi le risorse necessarie per continuare l’attività aziendale e dare esecuzione al piano. Dunque calano quelli delle aziende e aumentano quelli per le famiglie che arrancano sempre di più, nonostante pil e spread.
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