Croce celtica, condannato un teramano

15 Aprile 2015

Per il giudice è un simbolo nazifascista. Assolti altri 11 imputati, tra cui il capo di Forza Nuova Forconi

TERAMO. La croce celtica è un simbolo riconducibile direttamente a movimenti politici che si ispirano all’ideologia nazifascista e come tale la sua esposizione pubblica è penalmente censurabile in base alla legge Mancino? Sì, lo è, almeno secondo il giudice del tribunale di Teramo Carla Fazzini che ha condannato alla pena poco più che simbolica di 20 giorni di reclusione (col benefico della non menzione e della sospensione della pena) un militante di Forza Nuova, il teramano Matteo Di Francesco, che per sua stessa ammissione aveva esposto una bandiera con la croce celtica durante un incontro per la presentazione di un libro nella sala del Mutilato in piazza Dante, nel 2011. Ma che la croce celtica vada considerato un simbolo legato all’ideologia nazifascista lo si evince anche nella formula con cui sono stati assolti gli altri undici imputati, tra i quali il leader nazionale di Forza Nuova Marco Forconi: per non aver commesso il fatto (lo stesso Di Francesco si era assunto tutta la responsabilità) e non – come avevano chiesto gli avvocati – in particolare il difensore di Forconi, l’avvocato aquilano Maurizio Dionisio – perché il fatto non costituisce reato. Non è una distinzione di poco conto ed è, in sostanza, l’elemento su cui verteva tutto il processo, giacché non era in discussione l’esistenza del fatto, ma chi ne fosse il responsabile e, soprattutto, se fosse da considerare o meno un reato punibile in base alla legge Mancino.

Una «legge incostituzionale», l’ha definita l’avvocato Dionisio, «che punisce il pensiero», ma il difensore del leader di Forza Nuova ha battuto in particolare su un altro tasto: la croce celtica non è attribuibile a un partito o a un movimento, ma è solo un simbolo evocativo. Un simbolo nato in Irlanda – ha ricordato il legale – ai tempi di San Patrizio «che mise la croce di Cristo sul simbolo del sole per evangelizzare le popolazioni pagane che adoravano il sole». «Non c’è riferibilità», ha aggiunto il legale, «della croce celtica a movimenti contra legem: se qualcuno ha fatto proprio questo simbolo in altre epoche storiche, lo ha fatto impropriamente».

Simbolo evocativo, dunque, ma di cosa? Non certo di San Patrizio, secondo il pubblico ministero Pierluigi Acciaccaferri, il quale ha a sua volta parlato della natura evocativa della croce celtica, ma riferibile ai movimenti politici che si ispirano alle ideologie punite dalla legge Mancino. Per questo motivo aveva chiesto la condanna a due mesi per Di Francesco, mentre per tutti gli altri si era espresso per l’assoluzione perché non avevano responsabilità dirette nell’esposizione della bandiera.

L’incontro nella sala del Mutilato era stato organizzato per presentare un libro sulla strage di Acca Larentia, l’uccisione di tre giovani militanti del Fronte della Gioventù avvenuta nel 1978 ad opera di elementi dell’estrema sinistra. (e.a.)

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