Da dieci anni vescovo a Teramo Seccia: tocco con mano la povertà

«Bisogna conciliare la misericordia con la paura che suscitano gli eventi terribili di questi tempi e continuare a fare accoglienza umana perché la carità verso gli altri non è ingenuità, è coraggio»
TERAMO. Per ricordarci quello che ci succede intorno abbiamo bisogno più di facce che di numeri senza nome. E in dieci anni Michele Seccia di facce ne ha incontrate migliaia: nelle parrocchie, negli ospedali, in carcere, nelle fabbriche, in Curia. «Ogni giorno», dice, «tocco con mano la povertà». Era l’8 settembre del 2006 quando varcò la soglia della cattedrale di San Berardo per diventare vescovo di Teramo dopo essere stato alla guida della diocesi di San Severo-Foggia. Dieci anni dopo Seccia, 64 anni, sceglie parole affilate per raccontare un mondo che cambia sempre più in fretta toccando temi di grande attualità come quello dei migranti e, dopo gli attentati di Bruxelles, del terrorismo.
In questi dieci anni Teramo è diventata più o meno misericordiosa?
«Rispondere a questa domanda nel momento in cui ci sentiamo come ci sentiamo per quello che sta avvenendo in Europa non è facile perchè è difficile tenere lontana la paura che subito ci assale e che ci fa usare espressioni che non sono di solidarietà. La città va considerata nella sua totalità e posso dire di sì. Ci sono state iniziative che vanno nella direzione positiva. Penso a tutte quelle di solidarietà e attenzione alla realtà dei migranti, a cominciare da quelle fatte dalla Caritas e quelle di tutte le altre realtà che operano sul territorio e che coinvolgono laici. Credo che fino ad oggi siano state accolte oltre settecento persone. Bisogna continuare a fare accoglienza umana, ma sempre con gli occhi aperti. Parimenti tutte le istituzioni devono svolgere il loro ruolo con oculatezza, coniugando diritti e doveri».
Come si fa a conciliare la misericordia con la paura di questi momenti?
«Con il rispetto degli altri, tenendo sempre presente che il male non c’è solo nello straniero ma anche in mezzo a noi. La carità verso il prossimo non è ingenuità, è coraggio, capacità di dialogo e quindi discernimento, anche se la povertà può chiudere gli occhi».
Tante sono state le manifestazioni che hanno visto fianco a fianco lei e l’imam di Teramo Mustapha Batzami. Che rapporto c’è con la comunità musulmana?
«E’ un dialogo continuo nell’accoglienza e nel rispetto reciproco. In un mondo globalizzato è un percorso necessario in cui ognuno porta i propri valori. Sono valori ponte che servono per costruire. E voglio citare Papa Benedetto e Papa Francesco quando dicono che la fede non è reclutamento ma è testimonianza. Quando la testimonianza è data su valori, quando è il giusto equilibrio tra diritto e dovere è un arricchimento per tutti».
E con i laici?
«E’ un dialogo aperto che continua e ci sono stati dei buoni passi in avanti. Abbiamo dato priorità al discorso di evangelizzazione, ricordando sempre che non siamo in politica o in parlamento. Siamo tutti sulla barca di Pietro e perchè navighi e stia a galla sulla burrasca e nel tempo buono c’è bisogno dell’apporto di tutti».
Come sono cambiati in questi dieci anni i problemi dei teramani?
«I problemi sono tanti e di vario genere e io ogni giorno tocco con mano la povertà di molti, a cominciare dai tanti senza lavoro. Ma c’è anche un grande bisogno di attenzione di tanti e io credo che sia fondamentale garantire la vicinanza a chi è nella condizione di voler sentire una presenza amica. E in questo contesto voglio ricordare le mie visite in carcere. Vado molte volte a Castrogno, incontro i detenuti e per me è una importante fonte di arricchimento».
In questi dieci anni quali sono stati i momenti più belli e quelli più brutti?
«I momenti più brutti sono stati quelli dei tanti lutti vissuti dalla comunità e voglio ricordare la morte di don Franco Marrone di cui proprio nei giorni scorsi abbiamo celebrato il quinto anniversario. Ci sono stati tanti momenti che hanno lasciato un segno doloroso in tutta la nostra comunità. Ma ci sono stati anche tanti momenti belli e sicuramente uno dei più belli è stata la visita pastorale che ho fatto e che spero di poter ripetere perchè è stato un momento di profonda conoscenza con il territorio, con quella che è la realtà viva della gente, delle parrocchie».
Nelle parrocchie ci sono tanti sacerdoti anziani. Come si concilia la crisi delle vocazioni con il ricambio generazionale?
«In più occasioni ho detto che il braccio di Dio non può accorciarsi. Su 92 sacerdoti 25 hanno fino a 94 anni e in questi dieci anni io ho celebrato 36 funerali di sacerdoti. Ma devo dire che non sono mancate le vocazioni e le ordinazioni sia tra i religiosi sia tra i diocesani. A questo si aggiunga la presenza di tanti ordini religiosi venuti in questi dieci anni come i salvatoriani e i trinitari a cui va il mio sentito grazie. Per chiuderla con una battuta la vocazione non è programmabile, ma non è certo la disoccupazione che spinge al sacerdozio».
Cosa pensa delle vicende della Piccola Opera Charitas, l’istituto fondato da padre Serafino che si occupa di disabili e che ha subito il taglio di finanziamenti da parte di Asl e Regione?
«E’ una vicenda per cui sono rimasto molto dispiaciuto. Non è possibile che la Regione non si sia data ancora una programmazione e rimodulazione delle realtà assistenziali e sociali».
Perchè e quando ha deciso di farsi prete?
«La vita è fatta di segni. La mia esperienza parte da lontano ed è stata indotta da situazioni legate alla salute. Da piccolo ho avuto la poliomelite, a 4 anni sono caduto da un balcone che si è rotto e ne sono uscito indenne. Ho studiato al seminario diocesano e poi a Roma all’università gregoriana, ma anche filosofia alla Sapienza. In quegli anni, erano gli anni settanta, è maturata la mia scelta, anche se c’è stato anche il momento in cui ho pensato di voler mollare tutto. Ma un giorno ho aperto il Vangelo e mi sono trovato davanti un passo di quello di Luca. C’era scritto: «Ho scritto queste cose pensando a chi mette in discussione la scelta fatta». Quella volta ho chiuso e ho detto: vado avanti, è la scelta per me».
Lei è uno sportivo, appassionato di calcio. Cosa pensa del sogno sfumato del Teramo in serie B?
«E’ stata una grande delusione. Non entro nel merito delle responsabilità perchè non sono un giudice, ma è stata una grande delusione. Torniamo sempre al discorso dei diritti e dei doveri che devono andare di pari passo».
Nel giorno di Pasqua che messaggio dà ai teramani?
«Auguro a tutti e a ciascuno di sperimentare la gioia della misericordia del Padre nell’incontro sacramentale della riconciliazione e che la carezza del Padre misericordioso diventi un abbraccio fraterno con chi attende di ricevere o di offrire il gesto e il segno della pace».
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