«Davide salvò vite a Rigopiano una settimana prima di morire»

27 Gennaio 2019

I genitori ricordano il volontario del Soccorso alpino morto nell’elicottero del 118 precipitato  «Era contento per i bambini che era riuscito a tirare fuori, credeva fino in fondo nella solidarietà»

TERAMO. Due anni dopo il figlio che non c’è più è in mille pensieri, azioni, ricordi. Perchè prima di essere mille altre cose questa è una storia da scrivere nel nome di un eroe dei nostri tempi. Si chiamava Davide De Carolis, amava la montagna e la sua gente, i genitori e la sua bambina, le sorelle e la sua compagna. Era laureato in psicologia, ma nella vita aveva scelto di fare altro sognando sulle vette di un Gran Sasso scoperto da piccolo con papà Nicola quando imparò a conoscere la solidarietà con uno spicchio di pera. Non ha più smesso fino a quando quell’elicottero del 118 su cui era salito per l’ennesimo salvataggio si è schiantato a Campo Felice. Il Soccorso alpino era diventato il suo mondo: dai tanti recuperi in parete all’inferno di Rigopiano dove fu tra i primi ad arrivare appena una settimana prima di morire. «Era contento di aver tirato fuori i bambini dalle macerie di quell’hotel», ricorda la sorella Sara, «era un papà e questo non lo dimenticava mai. In quei giorni, quando riuscivamo a sentirci, raccontava di una esperienza difficile, soprattutto a livello umano». Ma Davide era uno che ci credeva all’esserci sempre per gli altri. Glielo avevano insegnato gli anni dello scoutismo, mamma Lalla e papà Nicola che oggi nella casa di San Nicolò stringono il vecchio zaino del loro ragazzo. Perché la vita deve continuare, non potrebbe essere altrimenti. Ma la verità è che una bella persona non c’è più e oggi, mentre le mani scorrono su vecchie foto di un volto sempre sorridente e il Comune gli intitola il parco fluviale del Vezzola, tutto fa un po’ male.
Nel primo anniversario della tragedia di Campo Felice ad attenderlo davanti a Collemaggio ha trovato Giampaolo Matrone, uno dei sopravvissuti di Rigopiano (la moglie è una delle vittime, ndr) estratti da Davide. Che cosa le ha raccontato di quelle infinite ore?
«È stato un incontro molto particolare. Mi ha raccontato di come la voce di Davide lo abbia accompagnato per tutto il tempo dei soccorsi, lo abbia incitato a non arrendersi, a pensare che da un momento all’altro sarebbe stato liberato. Davide che da padre gli chiedeva della sua bambina, Davide che gli parlava della Roma e del Lazio, pur non essendo un appassionato di calcio, Davide che in tutto quel tempo non lo ha mai lasciato trasmettendogli la forza per andare avanti. Le sue parole ci hanno raccontato quello che era nostro figlio, quello che noi conoscevamo. Un ragazzo aperto alla vita, sempre pronto a dare una mano agli altri. La montagna era il suo ambiente di vita e l’entrare nel Soccorso Alpino lo aveva riempito di grande gioia e soddisfazione. Aveva realizzato il suo grande sogno».
L’amore per la montagna lo ha imparato sin da piccolo con le traversate sul Gran Sasso, le arrampicate e le escursioni.
«Davide era davvero piccolo quando cominciai a portarlo in montagna per fare le prime traversate. Una delle prime volte quando arrivammo sulla Sella dei Due Corni eravamo molto stanchi. Quando giungemmo in vetta trovammo un uomo, che era arrivato poco prima di noi, e che stava sbucciando una pera. Ricordo che ne diede un po’ a me e un po’ a Davide. Quella frutta ci rinvigorì e Davide, nel viaggio di ritorno, mi parlava sempre di quella frutta arrivata da uno sconosciuto. Credo che mio figlio abbia assaporato per la prima volta la solidarietà con uno spicchio di pera. Un senso della solidarietà che poi lo ha accompagnato per tutta la vita, in tutto quello che faceva».
Nei giorni immediatamente precedenti a Rigopiano l’emergenza neve aveva caratterizzato tutta la regione. Davide gestiva un campeggio a Santo Stefano Di Sessanio e prima dell’allarme Rigopiano era stato impegnato proprio a Santo Stefano. Che cosa era successo in quei drammatici giorni di gennaio del 2017?
«La neve aveva praticamente bloccato tutto. In attesa dei soccorsi per liberare la strada Davide (che a Santo Stefanio era stato consigliere comunale, ndr) aveva fatto il giro del paese, praticamente bussando di casa in casa per chiedere se avessero bisogno di qualcosa, di generi alimentari, di medicine. Era andato avanti così fino a quando non erano giunti per liberare la strada. Poi era arrivato l’allarme per Rigopiano e quella sera lui, insieme ad altri volontari del Soccorso Alpino, erano partiti per capire cosa fosse successo a Farindola e, forse, nessuno si aspettava di trovare una catastrofe. Il resto è la cronaca di un tragedia che tutti, purtroppo, abbiamo conosciuto».
Una settimana dopo Rigopiano l’elicottero del 118 su cui Davide si trovava insieme ad altre cinque persone precipitò a Campo Felice durante dopo un soccorso. C’è stata un’inchiesta che è stata archiviata nonostante la vostra opposizione e quella dei familiari delle altre vittime. Che cosa avete pensato?
«Sicuramente c’è stata una ricostruzione puntuale dei fatti. Da un punto di vista legale l’opposizione alla richiesta di archiviazione poggiava sulla gestione dell’elisoccorso. Il primo dato era relativo alla mancanza di una stazione meteorologica all’aeroporto che non è stata supportata dall’operatore con alcun mezzo. Le informazioni sulle condizioni meteo date al pilota in quella tragica giornata sono state sicuramente modeste. Ma ci hanno detto che da un punto di vista penale sarebbe stato difficile provare il tutto in un processo che sicuramente non ci avrebbe ridato Davide e le altre vittime. Ora che mio figlio non c’è più dobbiamo ricordare che la qualità della vita ha un significato. Penso che l’insegnamento che ci ha lasciato non deriva dalla sua morte ma da come ha vissuto la propria esistenza. C’è un pensiero di John Kennedy che mi ha fatto riflettere. Dice: occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi».
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