De Remigis: le nostre imprese sono abituate a resistere alle crisi

24 Aprile 2022

«La pandemia non ha fatto il disastro che si temeva e i riflessi della guerra si vedranno più avanti La nostra azione non deve rimanere circoscritta sul territorio, bisogna farsi sentire a livello centrale»

TERAMO. Per molti anni ha lavorato duro nell’ombra, rappresentando Confindustria nella prima linea delle crisi aziendali e delle vertenze sindacali. Ora Luciano De Remigis è stato nominato direttore di Confindustria Teramo e ha accettato di mettere a disposizione del Centro e dei suoi lettori la sua lunga esperienza. Con lui facciamo il punto sulle prospettive dell’associazione e sullo stato della realtà industriale teramana.
La sua nomina arriva dopo il rinnovo degli organi, con l’avvento alla presidenza di Lorenzo Dattoli, e nasce anche dall’esigenza di ricomporre la frattura tra gli associati scaturita dal progetto di fusione con Pescara. La frattura c’è ancora?
«Non è stata una frattura, quando si rinnovano gli organi è normale ci sia una sana competizione. La fusione non è un’idea di qualcuno, è una riforma strategica nata anni fa a livello nazionale e finora applicata sul 50% dei territori. Parte degli imprenditori teramani ha inteso sostenere l’autonomia del territorio teramano, che ha già subìto tante spoliazioni di uffici e ha scarsa rappresentatività. Resta il fatto che prima o poi questa fusione dovrà avvenire».
Lei è favorevole?
«Non sono contrario, ma ritengo si debbano fare riflessioni approfondite. Progetti di questo tipo vanno costruiti dalle fondamenta, non calati dall’alto. La conoscenza dei territori è fondamentale e va salvaguardata, servono meccanismi che non portino dispersione. E comunque bisognerà conoscere la volontà vera della base imprenditoriale, che non può essere forzata».
Veniamo allo stato dell’industria teramana. È giusto dire che fosse in crisi da molto prima della pandemia, e che la pandemia non ha cambiato granché le cose?
«Le prime crisi della nostra industria risalgono alla metà degli anni Ottanta e colpirono il tessile-abbigliamento. Da lì è partita una serie ciclica di crisi che non si è mai fermata, la più grave è cominciata nel 2008. Però a inizio 2020 ci eravamo risollevati, poi il Covid un impatto lo ha avuto, in particolare sulla cassa integrazione. Ma mi aspettavo che durante la pandemia uscissimo massacrati, invece ci siamo difesi. In generale, a parte il settore dell’abbigliamento che è il più fragile, gli altri hanno retto bene. Forse è una caratteristica ancestrale degli abruzzesi, che sanno resistere a tutto: basta leggere Silone. E sicuramente c’è anche che le imprese del nord venute qui sono realtà forti e solide, su tutte Amadori e Alfagomma».
E ora, con la guerra in Ucraina?
«Ci stiamo difendendo bene anche ora, ma è presto per capire le conseguenze: i riflessi reali li vedremo tra qualche mese. Di sicuro il costo del gas è diventato proibitivo per le aziende che hanno forni o devono riscaldare serre, e l’agroalimentare è in difficoltà a reperire cereali e concimi».
Ci sono state crisi industriali, negli ultimi anni, apparentemente incomprensibili, che hanno colpito aziende sane come la Betafence o eccellenze tecnologiche come l’Atr. Perché?
«Il caso Betafence è legato all’arrivo sul mercato dei fondi d’investimento, che comprano aziende solo per lucrare e poi vendere, non per farle crescere. L’Atr è stata rovinata da gestioni discutibili: diciamo che è partita come un missile, è rimasta senza carburante e poi sono arrivati gli sciacalli».
Lei per Confindustria ha tenuto a lungo e continua a tenere rapporti con i sindacati. Come sono?
«Sono sempre stati costruttivi. Ci siamo scontrati anche con durezza, ma non ho mai trovato muri».
E la politica? È vero, come dicono a gran voce i sindacati, che deve fare di più?
«Certo, può e deve fare di più. Le cosiddette politiche attive del lavoro non funzionano, è palese che l’Anpal non è idonea a gestirle. Sono mesi che attendiamo l’attivazione del Fondo nuove competenze. Finora ho visto tante chiacchiere e progetti rimasti sulla carta, vedi l’area di crisi complessa della Vibrata che è riuscita solo a prolungare l’assistenza ai licenziati. Si è rispolverato dopo vent’anni il protocollo Vibrata-Tronto firmato negli anni Novanta, ma a che serve? Adesso raccogli solo gli scheletri».
Cosa deve fare ora Confindustria Teramo?
«La nostra azione non deve rimanere circoscritta sul territorio, bisogna farsi sentire a livello centrale e richiamare l’attenzione sull’Abruzzo, che finora di attenzione ne ha avuta poca. Vanno fatte azioni di stimolo sui nostri rappresentanti istituzionali che possono dialogare con il governo centrale».
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