De Vincentis, dalla medicina al calcio passando per la politica

3 Marzo 2019

A luglio andrà in pensione la dirigente di medicina nucleare, tra i pochi primari donna della Asl «Sono pugliese ma mi sento teramana. Lascio soddisfatta, avrei solo voluto inaugurare la Pet»

TERAMO. E’ una donna che ha “tracciato il sentiero” ad altre donne in diversi settori. Narcisa De Vincentis, primario del servizio di medicina nucleare del Mazzini – una delle poche donne a ricoprire ruoli apicali alla Asl di Teramo – va in pensione. Il 7 luglio avrà maturato i 40 anni servizio. Alla passione per la medicina ha abbinato, nelle diverse fasi della sua vita, molteplici interessi: il gioco del calcio, l’impegno nelle istituzioni e la politica.
Lei non è teramana ma è pugliese, anche se vive qui da più di quarant’anni. Come è avvenuto il passaggio da Mesagne a Teramo?
«Ho studiato medicina all’Aquila. Dopo la laurea per breve tempo ho prestato servizio nella medicina dell'ospedale di Brindisi e poi ho iniziato a Teramo come medico scolastico. Nell'80 sono stata assunta nel servizio di medicina nucleare, sempre a Teramo. Il mio percorso l'ho iniziato con Roberto Lenti, all'epoca il reparto era abbinato all'oncologia. Contemporaneamente ho preso la specializzazione a Pisa in medicina nucleare».
Una passione, per la medicina, che ha condiviso prima con la famiglia di origine e poi con suo marito.
«Mio padre era direttore amministrativo dell'ospedale di Mesagne e casa mia era frequentata da tanti medici. Quando bisognava scegliere dove frequentare l’università, un radiologo in ospedale gli disse: “Mandala all'Aquila dove c'è Paride Stefanini (un famoso chirurgo, ndr)”. Era il 1970 e mi iscrissi alla facoltà di medicina dell’allora “Libera università dell’Aquila”. Ero contenta, anche se mio padre mi fece andare in collegio. E in facoltà conobbi quello che poi è diventato mio marito (Giuseppe Altamura, indimenticato responsabile della rianimazione del Mazzini, scomparso nel 2017, ndr). Lui era al secondo anno, io al primo. Lo ricordo come se fosse ora: aveva un barbone, portava gli scarponi e l’eschimo. Lui con quell’aspetto da intellettuale di sinistra, lui che andava alle manifestazioni e tirava i sampietrini, mi conquistò. Quando Peppe conobbe mio padre venne sottoposto a severe interrogazioni in latino, storia e geografia. Finita l'università Peppe aveva voluto che ci sposassimo subito. Era il 1977, un anno dopo la laurea, e nel 1978 è nata Nicoletta. Era il tempo delle guardie mediche: lui mi accompagnava in Cinquecento per le campagne, per aiutarmi a interpretare un dialetto che, da pugliese, non conoscevo».
E poi si è specializzata in medicina nucleare, all’epoca una branca nuova.
«Si, era nuova. Mi ricordo che il dottor Gramenzi mi fermò un giorno in ospedale e mi disse: “Lei è una donna: non ha paura di esporsi alle radiazioni?”. Io risposi: “Ma è una cosa nuova che mi affascina”. Ricordo che feci la tesi a Pisa conducendo degli studi sui pazienti teramani che sottoponevo a scintigrafia esofagea con una metodica che si applicava proprio a Pisa. Ma intanto prestavo servizio in oncologia: un’esperienza importante dal punto di vista umano. Ero avida di conoscenze: seguivo convegni in giro per l'Italia. Pur con genitori e suoceri lontani riuscivo, col sostegno di mio marito, ad allevare mia figlia. Nell'87 è nata Giulia. Ma sono riuscita a suddividere tempo ed energie, sempre con l’appoggio di Peppe. E per 10 anni sono stata – fra l’altro – delegata regionale della Società di medicina nucleare. Nel Duemila ho preso l’altra specializzazione in endocrinologia all’Aquila».
E fu anche eletta presidente dell’Ordine dei medici, fra le prime donne in Italia.
«Nel 1990 l'Anaao (il sindacato dei medici ospedalieri, ndr) volle provare con una figura nuova, giovane, e venni eletta alla presidenza dell'Ordine. L'ho fatto per tre anni. All’epoca eravamo solo io ed Edda Pucci, sindaco e presidente dell’Ordine di Palermo. Poi per fortuna c’è stata una maggiore apertura alle donne. Allora non ero cosciente di stare combattendo una battaglia per le donne: ero solo entusiasta di fare, di impegnarmi. Ma la mia esperienza durò solo tre anni. Per essere autonoma e non dipendere da un sindacato lo scotto da pagare è stata la mancata rielezione».
Beh, è sempre stata fuori dagli stereotipi femminili. Così per il calcio.
«Si, giocavo a calcio: “assoldavo” dottoresse e infermiere e andavamo al "campo dei matti". Erano i primi anni Ottanta. Ci divertivamo tanto. Poi mi misero in panchina e feci il presidente della squadra femminile del Teramo stazione. Era una passione che avevo scoperto con mio padre che mi portava da piccola a seguire il Mesagne, lui faceva gli articoli per la Gazzetta del Mezzogiorno».
E poi la politica.
«Con Antonio Di Pietro fu un incontro casuale a casa di amici, a Termoli, al metà anni ’90, c'era pure mio marito, e mi parlò del movimento l'Italia dei valori. Mi disse: “Lei è una donna, accetti di fare una bella cosa”. Io non avevo alcuna esperienza di politica ma, come per il resto, ci provai. Inizialmente fu periodo bellissimo: la gente mi cercava e si voleva iscrivere. Ricordo che c'erano le elezioni in Provincia e Claudio Ruffini mi voleva come assessore. Un giornalista mi chiese se la notizia fosse vera e io confermai. Fu un’ingenuità: mi bruciarono. Ho continuato con l’Asinello e nella Margherita, nel gruppo dirigente con un'attenzione sulla sanità, fino a fine anni 90. Poi la politica la lasciai: capii che non era per me».
Nel 2017 è diventata primario della medicina nucleare.
«Avrei voluto farlo un tantino prima per dare di più alla mia comunità, ma per motivi politici non è stato possibile. Comunque sono riuscita a far aprire il nuovo reparto di medicina nucleare».
Lei però sperava di riuscire a inaugurare la Pet...
«Da tempo questa branca con la Pet Tc è in grado di proporre indicazioni di tipo diagnostico e terapeutico: una rilevazione precoce delle neoplasie, un’accurata stadiazione della malattia e anche la scelta di strategie terapeutiche su misura del paziente. In Abruzzo tre medicine nucleari hanno la Pet Tc su mezzo mobile. Teramo no: il progetto in corso è di allocare una Pet fissa nel nostro reparto. A tal proposito è necessario formare una rete di servizi di medicina nucleare: su quattro, tre hanno conservato la struttura complessa, Teramo è stata declassata a “semplice a valenza dipartimentale”. Comunque noi eseguiamo – grazie all’impegno e alla disponibilità di tutto il personale – esami come il Dat Scan e i Leucociti marcati che altri non eseguono».
Da luglio che farà? Lascerà la professione?
«Starò ancor più vicina alle mie due nipoti, Chiara e Valentina, figlie di Nicoletta, e al nipotino in arrivo, che aspetta Giulia. Ma probabilmente continuerò a svolgere la professione come endocrinologa».
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