Giulianova

Delitto di Renata Rapposelli, Santoleri scrive dal carcere: «È stato lo studio a salvarmi»

15 Gennaio 2026

Rinchiuso a Frosinone, il 51enne racconta in una lettera dei propositi suicidi e della passione per la Giurisprudenza «Vorrei tornare nella mia Giulianova e abbracciare quelle persone che credono nella mia innocenza» 

GIULIANOVA. “Uno studio matto e disperatissimo”. Simone Santoleri non conosce questa frase di Giacomo Leopardi ma ammette che «è quello che mi ha salvato dai propositi di suicidio che mi hanno inseguito spesso in questi anni di reclusione, sbattuto da un carcere all’altro per espiare la pena a 27 anni di carcere per un delitto che non ho commesso». Santoleri è rinchiuso nel carcere di Frosinone dove studia giurisprudenza e con orgoglio mette in risalto che «ho sostenuto quattro esami del primo anno, ed ho ottenuto due volte 21, una volta ho preso 24 e l’ultimo esame, quello di Filosofia del diritto ho avuto addirittura un 30 davanti al severissimo vice rettore dell’università di Cassino».

Il 51enne sta scontando una pena a 27 anni per l’omicidio e l’occultamento del cadavere della madre, la pittrice Renata Rapposelli. Un delitto che per i giudici ha commesso col padre Giuseppe Santoleri, morto suicida nel carcere di Teramo due anni fa. «Una vicenda che mi ha segnato profondamente perché ero molto affezionato a lui e che spesso mi ha spinto a tentare di fare altrettanto. Poi, lo ripeto ancora, mi ha salvato lo studio. Sono in cella con un detenuto, Pietro, il quale mi ha aiutato a studiare semplicemente rinunciando a vedere la televisione per non darmi fastidio», scrive Simone in una lettera dal carcere, «Altra buona notizia è che il tribunale di Sorveglianza mi ha riconosciuto 114 giorni di sconto sulla pena per sovraffollamento della struttura ed anche per come mi sono comportato durante il periodo del Covid. Tra qualche giorno dovrò sostenere uno degli esami più difficili, quello di diritto civile, spero di superarlo con un minimo di 24, così riuscirò a mantenere la media. Ma, nei lunghi momenti di solitudine penso sempre a Giulianova, alle persone che conoscevo, anche a quelli che ormai mi hanno definito come un mostro, non provo rancore ma avverto il senso dell’ingiustizia che mi ha portato in galera. Non tutte le lettere che scrivo possono uscire, alcune sono state cestinate o censurate, spero che questa arrivi così come la sto scrivendo». Ed in realtà nella lettera scritta fitta fitta, a mano, non ci sono periodi cancellati.

«Il problema più grande», prosegue la missiva, «è sempre il sovraffollamento, molti non resistono ed anche qui si registrano suicidi come in quasi tutte le carceri italiane». Poi, a sorpresa, come non aveva mai fatto nelle altre lettere dal carcere, si lascia andare ai sentimentalismi e rivolge un pensiero alle donne conosciute e incontrate: «ad Alessandra di Ancona, che ce l’ha con me perché nel lontanissimo 1991 mi trasferii da Ancona a Giulianova e la lasciai. È una ferita ancora aperta e se potessi vorrei chiederle perdono prima di morire e poi il pensiero corre anche a Katia di Montepagano, ad Anna e a Clara che risiede a Chieti alla quale devo il primo bacio». Non dimentica la sorella che vive ad Osimo «e che mi odia non per il fatto di mamma ma perché non potevo prenderla con me, ma in quel periodo non avevo ancora la casa e spesso dormivo in un’auto». Poi Santoleri parla del mondo fuori e della vita dopo la pena: «Il mio fine pena è fissato al 29 aprile 2043. E, se riuscissi a farmi trasferire a Pescara o Chieti avrei avuto già dei permessi per uscire fuori dal carcere, ma qui, nonostante tutto, sono molto rigidi e severi. Come vorrei tornare nella mia Giulianova ed abbracciare quelle persone che ancora credono in me, soprattutto nella mia innocenza, e mi vogliono bene comunque. Seguo anche le partite del Giulianova, certo non sono più i tempi d’oro e quando non mi perdevo una gara allo stadio ma adesso metto da parte la malinconia e riprendo a studiare».

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