Delitto di Silvi, chiusa l’indagine Il pm: «Il figlio voleva uccidere»

4 Marzo 2020

Confermata l’accusa di omicidio volontario aggravato per il 46enne architetto Giuseppe Di Martino Lui sostiene che il padre sia morto per una caduta accidentale durante un violento alterco

SILVI. La Procura firma l'avviso di conclusione per la morte del 75enne di Silvi Giovanni Di Martino e lo fa confermando l'accusa di omicidio volontario aggravato a carico del figlio Giuseppe. Adesso per il 46enne architetto, da luglio ai domiciliari e difeso dall'avvocato Marco Pierdonati, potrebbe arrivare a breve la richiesta di rinvio a giudizio. Di Martino, che all'indomani della tragedia era finito in carcere per poi essere posto ai domiciliari a luglio, quando il tribunale del riesame aveva accolto l'istanza presentata dal suo legale, è accusato di aver ucciso il padre al termine di una violenta lite. La tragedia si era consumata la notte tra il 13 e il 14 giugno nella cucina dell’abitazione di via Dante Alighieri a Silvi dove la vittima viveva con la moglie e il figlio, rientrato da un anno dal Brasile.
Secondo la versione fornita all'epoca dal 46enne e dalla madre, e sempre confermata da questi ultimi, l’anziano sarebbe morto in seguito a una caduta accidentale al termine di una violenta lite, scaturita dalla decisione della donna di voler andare via di casa. Lite in cui Giuseppe Di Martino sarebbe intervenuto per difendere la madre. Una versione alla quale non crede la Procura, che contesta all'uomo l'omicidio volontario aggravato. Secondo investigatori e inquirenti la lite avrebbe infatti riguardato solo padre e figlio: quest’ultimo avrebbe afferrato il padre al collo e gli avrebbe sbattuto la testa contro un tavolino. A escludere la lite tra Giovanni Di Martino e la moglie, in particolare, sarebbero i risultati della visita medica disposta sulla donna proprio dalla Procura poche ore dopo il fatto e che avrebbe escluso la presenza di ecchimosi o traumi. Una ricostruzione, quella della Procura, che in sede di convalida del fermo e di emissione della misura di custodia cautelare in carcere era stata sposata anche dal gip, che aveva accolto la richiesta avanzata dal pubblico ministero. Il 46enne architetto, successivamente scarcerato e posto ai domiciliari, ha sempre continuato a sostenere di non aver voluto uccidere il padre e che si è trattato solo di una tragica fatalità. Versione sostenuta anche dalla madre. All'epoca, nell'ambito delle indagini, fu ascoltata anche la sorella della vittima che avrebbe raccontato come i rapporti tra pdre e figlio non fossero buoni. Tra i motivi di discussione tra i due uomini c’era il fatto che il 46enne, da un anno tornato dal Brasile, non lavorasse.
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