Detenuta suicida, la garante: «Meritava una cura diversa»

25 Giugno 2026

Scalera interviene sulla morte in cella di una 32enne: «La conoscevo, un vissuto di fragilità». E invoca una maggiore attenzione nell’applicazione di misure restrittive a persone con difficoltà

TERAMO. Una ragazza fragile, con un passato difficile e tante ferite da curare. Ferite che il carcere non può sanare, né alleviare. Ma solo acuire. E per L.M., la 32enne che martedì si è tolta la vita a Castrogno, è stato così. A parlarne è la Garante dei detenuti Monia Scalera che scrive parole delicate ma di denuncia di un sistema che, è evidente, non funziona come dovrebbe e di un silenzio collettivo colpevole su casi di questo genere. La giovane avrebbe finito di scontare la sua pena nel 2029. «La conoscevo perché l’avevo incontrata più volte nelle mie consuete visite ma oggi, ripercorrendo nel dettaglio la sua storia, mi sono scontrata con un vissuto di fragilità estreme: un disagio profondo radicato nell’infanzia, le dipendenze, le mille crepe di un’anima che non ha mai avuto gli strumenti per difendersi», dice la Garante che sente il dovere «di gridare ciò che resta spesso inascoltato: queste persone non sono corpi da contenere, ma esistenze da curare. Rinchiudere una fragilità così acuta in una cella significa ignorare la radice del male, significa trasformare il sistema penitenziario nel luogo in cui la disperazione si trasforma in tragedia definitiva. La detenzione non è, e non può essere, la risposta terapeutica adatta a chi vive il tormento di un’incompatibilità assoluta con il regime carcerario».

Un messaggio, quello di Scalera, che si fa megafono di denunce che da anni si levano dal mondo civile. E apre un’altra riflessione: «Ciò che ferisce maggiormente è soprattutto il silenzio che circonda questo addio», dice la Garante, «Mentre il destino ha voluto che in queste stesse ore il carcere di Teramo finisse sotto la lente d’ingrandimento mediatica per altre vicende, questa morte è scivolata via nel buio, ignorata, quasi trasparente. È la solita, crudele lotteria della cronaca: c’è chi ottiene il riflesso di ogni riflettore e chi muore nell'indifferenza totale, proprio come è vissuta. Questa donna sembra essere nata e morta sotto la stessa stella beffarda, quella che le ha negato anche la dignità di un dolore pubblico. La sua scomparsa è un fallimento collettivo che grida giustizia, non solo per lei, ma per tutte le persone che il sistema continua a dimenticare dietro un cancello, convinto che il silenzio possa bastare a nascondere il dolore. Non possiamo permetterci di abituarci a questa trasparenza. La sua vita meritava una cura diversa, la sua morte merita almeno di non essere confinata nell'oblio».

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