«Di Matteo va condannato a sei anni»

27 Aprile 2018

Le richieste del pm per l’ex direttore generale e per altri 14 dirigenti. Chiesta l’assoluzione per i 13 dipendenti

TERAMO. Quasi tre ore per inanellare una requisitoria fondata su una certezza: «Una operazione oscura impostata dalle figure apicali e poi affidata alla base». Perchè è questo il filo con cui per il pm Enrica Medori lega le pagine di certosina ricostruzione mettendo insieme fatti e pronunciamenti della Cassazione, sia civile sia penale, nel processo teramano ormai alle battute finali per la presunta truffa con le azioni ex Tercas mentre a Roma è in corso quello per il crac della banca.
La conseguenza dell’assiona è la richiesta di condanna per vertici, direttori e vice direttori, l’assoluzione per semplici dipendenti. A cominciare dai sei anni chiesti per l’ex direttore generale Antonio Di Matteo e l’ex dirigente dell’area finanza Lucio Pensilli; dai quattro anni per Alessio Trivelli (all’epoca responsabile dell’area commerciale) ai due chiesti per Piero Lattanzi e Franco Maiorani (all’epoca responsabile del servizio privati e del servizio finanza). L'accusa per tutti è quella di aver venduto ai clienti azioni spacciandole per investimenti a un anno con un rendimento garantito. I fatti contestati risalgono al 2011, prima del commissariamento della banca avvenuta nel 2012, con l'inchiesta partita dalle denunce presentate da alcuni risparmiatori che lamentavano di essersi ritrovati con niente. E a loro, ai tanti che in questi mesi hanno raccontato come testi le loro storie insieme a molti ex direttori che hanno sottolineato come in quel momento la banca fosse solida e quindi nessuno ipotizzasse un commissariamento, il pm fa riferimento quando tratteggia i contorni di una truffa contrattuale e nell’ambito di questa delinea ruoli e responsabilità partendo da un dato che fa da trave alla requisitoria: «Non si può mettere in capo al contraente debole, cioè il cliente, l’obbligo delle verifiche». E per questo cita la relazione Consob in cui si evidenzia, dice «il totale spregio di trasparenza e degli interessi dei clienti». Non risparmia accuse pesanti all’ex direttore Di Matteo che più volte definisce «il comandante che abbandona la nave che affonda». A lui mette in capo quella che chiama «operazione imprudente per dirla con un eufemismo». Ed è chiara quando elenca gli strumenti che le figure non apicali avevano per «comportarsi in maniera diversa nei confronti dei clienti, di quei risparmiatori scelti tra i migliori clienti che si sono fidati di una facce e volti che conoscevano da decenni».
E, a conclusione della lunga requisitoria, tratteggia in astratto rimettendosi da questo punto di vista ad una decisione del giudice, l’eventualità che ci possa essere una diversa valutazione giuridica dei fatti da truffa e gestione infedele. Davanti al giudice Flavio Conciatori ieri anche le prime arringhe a cominciare dai legali della Banca Popolare di Bari – che nel marzo 2016 ha incorporato la Tercas – si è costituita parte civile nei confronti dell’ex direttore generale Di Matteo e di un altro dirigente imputato nel procedimento. A chiudere la lunga giornata iniziata alle 10 e finita alle 16 le arringhe dei primi quattro difensori dei 28 imputati. Si torna in aula il 18 giugno.
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