Disturbi alimentari, servono posti letto per curare i casi gravi

27 Marzo 2016

Il centro regionale di Atri chiede alla Regione di poter aprire una struttura residenziale e una diurna A 17 anni pesa 39 chili e ha bisogno di assistenza continua: costretta al ricovero fuori dall’Abruzzo

ATRI. Dal 1998 cura bambini e ragazzi con disturbi del comportamento alimentare (Dca). E ora il centro regionale di auxologia e nutrizione pediatrica di Atri si candida a ospitare il centro residenziale regionale in cui curare questo tipo di disturbi nell’età evolutiva. Il primario, Mario Di Pietro, ha avanzato la proposta all’agenzia sanitaria, che a livello regionale sta definendo i fabbisogni di strutture semiresidenziali (cioè centri diurni) e residenziali per i Dca.

Una scelta che pare logica e conseguenziale, quella di abbinare centro residenziale e semiresidenziale al centro regionale che è l’unica realtà in Abruzzo in grado di curare questi disturbi. «Attualmente abbiamo circa 140 pazienti in cura», spiega Di Pietro, «le buone pratiche per la cura dei Dca ritengono necessarie tutte le modalità assistenziali: ambulatorio, day hospital, day service, ricovero ordinario per acuti nei casi a rischio di vita e riabilitazione, l’unica modalità che non abbiamo. Quest’assenza causa spesso la necessità di protrarre i ricoveri acuti oltre il tempo necessario».

Di Pietro ha chiesto 10 posti letto residenziali e da 10 semiresidenziale «in una struttura extraospedaliera concepita come casa famiglia in cui devono operare le figure professionali necessarie per un buon trattamento, che dev’essere multidisciplinare: pediatra nutrizionista, psicologo, dietista con possibilità di avvalersi di supporto del neuropsichiatra infantile. Nella struttura residenziale sono poi necessarie anche altre figure come educatori che organizzino laboratori e attività ricreative per stimolare energie positive e infermieri».

Nel centro regionale di Atri, appoggiato alla pediatria, il problema è la carenza di personale strutturato. «E’ necessario almeno un altro medico dedicato, due dietiste (ce n’è una sola) e due psicologi (non c’è più nessuno). Il dato positivo è che possiamo avvalerci di un neuropsichiatria infantile di Teramo (per pazienti con meno di 16 anni) e della psichiatria Atri (dai 16 ai 18)».

La maggior parte dei pazienti con Dca ha fra i 14 e i 18 anni (126) e buona parte sono di sesso femminile, con un rapporto di 1 a 7. I casi sono i più disparati, tutti frutto di storie travagliate. Emblematico è il caso di una ragazza di 17 anni della provincia di Pescara, che chiameremo Anna con un nome di fantasia. Figlia di genitori separati, fino a 14 anni ha avuto un leggero sovrappeso che le ha causato uno stato di insoddisfazione corporea, bassa autostima e difficoltà nelle relazioni interpersonali. Da qui la dieta. Ma ora non riesce a fermarsi e dai 67 iniziali è arrivata a 39 chili, per un metro e 62 di altezza. «Spesso tutto parte dal desiderio di perdere peso, ma poi si attribuisce troppa importanza a tre cose: peso, forma del corpo e cibo. Se non ci sono altri campi che rivestono importanza, il pensiero diventa ossessivo», spiega Di Pietro. Anna sta male e necessita il ricovero in una struttura residenziale, che però in Abruzzo non c’è: è debole e ha 37 battiti al minuto, quindi è a rischio vita e non può assumere i necessari antidepressivi se non sotto stretto controllo medico. Per cui ora è in una struttura fuori regione. «Diciamo che pian piano sto riconoscendo che sto male», scrive a Di Pietro su whatsapp.

Paradossalmente simile è il caso di Sara, 13enne del Teramano che ha un disturbo da alimentazione incontrollata. Alterna la dieta ferrea a grandi abbuffate – ma senza vomito o assunzione di lassativi come farebbe se fosse bulimica – da quando i genitori si sono separati e in un anno è arrivata a pesare 115 chili. «Negli ultimi tre mesi è stata trattata ambulatorialmente con l'alimentazione programmata ha perso 12 chili, ma soprattutto ha acquistato fiducia di farcela ad avere un'alimentazione e un peso normali. Anche qui tutto parte dall'insoddisfazione corporea», conclude Di Pietro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA