Diventa consigliera 30 anni dopo il padre

Notaresco, in Comune la storia di Maria Fatima Di Giovannantonio: il papà è stato sindaco e assessore
NOTARESCO. La storia si riavvolge su se stessa quando la forza della cronaca ferma il tempo. Maria Fatima Di Giovannantonio aveva poco più di dieci anni quando il papà Giovanni la portava con sè nelle riunioni di partito «con i dirigenti di Botteghe Oscure» ricorda. E oggi che di anni ne ha quasi 54 e il papà 90 lei entra da consigliera in quel Comune di Notaresco dove suo padre è stato per anni sindaco e poi, fino al 93, assessore anziano. Con, in mezzo, un decennio trascorso dal genitore come consigliere regionale dell’allora Pci e quasi trent’anni a scandire passaggi epocali della vita del Paese. Ma prima di essere mille altre cose questa è una storia tutta da raccontare nel nome di una padre e di una figlia legati dall’amore per la politica. «Che papà mi ha fatto scoprire», dice Maria Fatima, «ricordandomi sempre che deve essere soprattutto impegno». La bambina di 11 anni è diventata una donna (tra qualche mese anche una giovanisima nonna), lavora come impiegata, è entrata nel Pd (è portavoce provinciale delle donne democratiche) e non ha nascosto l’emozione quel giorno di febbraio quando sugli scranni ha preso il posto del consigliere Tonino Di Giulio, l’ex capogruppo dell’opposizione scomparso a gennaio dopo una lunga malattia. Perché anche oggi che i tempi sono cambiati, soprattutto nel mare periglioso della politica, «mi resterà sempre come monito l’impegno verso gli altri che per mio padre ha significato fare politica». Maria Fatima, terza di cinque figli, papà Giovanni la portava spesso con sè negli anni intensi trascorsi tra la professione di medico e la vita da politico. «Ricordo i pomeriggi con i grandi che parlavano di cose che evidentemente erano lontanissime dal mondo di una bambina di 11 anni, ma nel tempo quelle riunioni a cui assistevo sono diventate un bagaglio che mi porto sempre appresso». Erano gli anni delle battaglie per le grandi opere pubbliche. «Ricorderò per sempre», continua, «quella volta che ero con mio padre, e forse all’epoca avevo qualche anno in più di 11, venne da Roma un dirigente di Botteghe Oscure per parlare del traforo del Gran Sasso. Ricordo la veemenza con cui mio padre e gli altri affrontarono il tema dicendo che quell’opera doveva essere fatta perché era l’unico modo per collegare l’Abruzzo a Roma».(d.p.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA .

