«Dopo la tragedia di Marco c’è una coscienza diversa»

I genitori del piccolo calciatore di Pineto: «Oggi più controlli medici»
PINETO. Quando muore un bambino il mondo si ferma. Serve il coraggio di una mamma e di un papà per farlo continuare a girare. Marco Calabretta aveva 9 anni e correva su un campo di calcio di Pineto quando il 25 settembre di due anni fa si accasciò a terra stroncato da una malformazione cardiaca congenita. In questi 720 giorni papà Giuseppe e mamma Marta hanno messo insieme dolore e speranza: quella che si possa giocare senza morire. «Più il tempo passa e più la sua mancanza pesa», dice Giuseppe Calabretta, «ma se una tragedia come la nostra può insegnare qualcosa allora voglio dire in questi anni i controlli medici a livello sportivo sono notevolmente aumentati per i più piccoli. Soprattutto a livello locale dove dopo la morte di Marco c’è stata una grande sensibilizzazione sul tema».
Perchè Giuseppe e Marta, che a Marco avevano trasmesso il loro amore per lo sport, in questi anni due anni non si sono mai tirati indietro dal raccontare e ricordare per far scorrere ancora la vita.
Marta è una ex pallavolista di A2 che allena la squadra femminile del volley Silvi e decine di bambini di Pineto. Vive con lo sport da sempre: è diventata atleta, allenatrice, madre. Giuseppe, che nella vita fa il fisioterapista, segue i bambini della squadra di pallavolo di Pineto, va in bicicletta, fa escursioni in montagna. «Abbiamo incontrato decine di genitori», raccontano, «che ci hanno detto come, dopo aver saputo di Marco, hanno scelto di far fare controlli più approfonditi ai figli piccoli che fanno attività sportiva». Nel frattempo la normativa non è cambiata: sotto i 12 anni gli esami approfonditi per chi fa attività sportiva non sono obbligatori. Sono sufficienti una visita medica e un elettrocardiogramma. Come quello che Marco aveva fatto una settimana prima. «Marco era sempre in movimento», ricorda papà Giuseppe, «il calcio, la bicicletta con me, la montagna. Era un grillo che non stava mai fermo. Quante volte siamo saliti sui monti, quante volte è venuto con me a caccia e mai c'è stato un momento di stanchezza, di malore che potesse far pensare a qualcosa».
Fino a quel pomeriggio del 2015 quando si è accasciato sul campo di calcio Pavone. Ma due anni dopo il bambino che non c’è più è in mille pensieri, azioni, ricordi. «La fede ci ha evitato la disperazione», dicono Giuseppe e Marta che hanno un altro figlio, «continua a sostenerci. E’ un grande aiuto. In questi anni ci hanno detto siete due genitori coraggiosi, esemplari nel vostro atteggiamento. Non c'è niente di speciale in noi. Io so che tutte le volte che vado in bici Marco è con me, tutte le volte che torniamo in montagna lui è con noi».
Le parole si muovono tra le ferite perchè una mamma e un papà non dovrebbero mai sopravvivere alla morte di un figlio. Perchè il sorriso di Marco che esulta dopo un gol resta una zattera a cui aggrapparsi, ma non sempre basta. Dice papà Giuseppe: «Noi lo ricordiamo in ogni minuto delle nostre giornate perchè un figlio è una parte di te. Ci auguriamo sempre che quello che è successo a noi non possa succedere a nessun altro genitore. E anche per questo in questi anni abbiamo voluto che la nostra esperienza potesse essere d’aiuto agli altri, abbiamo consigliato a chiunque abbia figli che fanno sport di far fare controlli approfonditi, mirati. E abbiamo visto che la sensibilità è cresciuta molto anche a livello medico». Come in tutte le tragedie anche in questa c’è un prima e c’è un dopo. Il prima è Marco che corre, che allarga le braccia, che esulta sognando magari di diventare un calciatore. Il dopo, come succede spesso in questo Paese che impara solo quando conta i suoi morti, è la forza di Giuseppe e Marta.
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