Egzon: scampato alla guerra ringrazio l’Abruzzo con le foto

20 Ottobre 2019

Le sue immagini dei nostri paesaggi mietono proseliti sui social. Racconta: «In Kosovo io bambino e la mia famiglia siamo sfuggiti per miracolo alla morte. Ora omaggio la terra che mi ha accolto»

MONTORIO. «Con le mie fotografie racconto la bellezza del Gran Sasso e della montagna teramana, il paradiso che mi ha accolto dalla guerra e dato un futuro diventando la mia nuova patria. Sono innamorato di questa terra, che voglio ringraziare per tutto quello che di grande rappresenta per me e per la mia famiglia, e voglio far conoscere a tutti le meraviglie che custodisce per contribuire a farla emergere e risorgere». A parlare è Egzon Kodraliu, 28 anni, di origini kosovare, residente a Montorio al Vomano, fotografo e videomaker per hobby. La pagina Facebook “Lago di Campotosto Gran Sasso e Monti della Laga” – che ha fondato, amministra e gestisce con altri nove fotografi, videomaker ed escursionisti che conoscono e vivono il territorio con amore e senso di appartenenza – ha raggiunto quasi 20mila followers con oltre tre milioni di visualizzazioni nell’ultimo anno. Egzon ha anche una pagina personale aperta da poco con già oltre duemila seguaci e ha vinto vari concorsi fotografici, l’ultimo la settimana scorsa a Roma.
PASSIONE E LAVORO. Una passione per la fotografia naturalistica nata ammirando i paesaggi del nostro entroterra. «Ho la fortuna di poter contemplare, restandone ammaliato, una natura mozzafiato con scenari unici nelle quattro stagioni», spiega Egzon, «e questa bellezza infinita che mi circonda e mi genera ogni volta stupore e meraviglia mi ha portato a intraprendere il mio viaggio nella fotografia senza fini di lucro, per far provare a tutti le stesse sensazioni che vivo io. Ringrazio il mio grande amico Ugo Di Giammarco fondatore del gruppo Fb “Wild Abruzzo2”, con il quale condivido questa passione e la pagina». Egzon ha frequentato con ottimi risultati l’Itis di Teramo e due anni di ingegneria all’Aquila e oggi lavora come operaio specializzato nelle dighe e centrali idroelettriche dell’asta del Vomano per Enel Green Power. È il primo kosovaro in Abruzzo a lavorare in questo settore. Una vita felice con sua moglie Donieta e i loro due figli, ma con il ricordo della guerra nei Balcani sempre vivo e doloroso.
LA GUERRA. «Avevo sei anni quando nel 1999 sono arrivato in Italia con i miei genitori e i miei due fratelli», racconta, «siamo scappati e ci siamo salvati da una guerra nella quale la gente spariva nel nulla, dai bombardamenti e dai rastrellamenti dei serbi. E grazie alla forza di mamma Anna, perché il mio papà era perseguitato ed era dovuto fuggire prima di tutti». Gzim, il padre del ragazzo, compone e canta per passione musica nazionalista kosovara. Oggi è famoso nella sua patria, dove è seguito da milioni di fans, e fa concerti anche in Italia, ma allora era finito nelle mire delle milizie serbe e si era dovuto rifugiare. «Eravamo a Prizen e di notte, guidati dal nonno, dovevamo spostarci a piedi per ore nei boschi, senza provocare alcun rumore per non farci trovare dai serbi», continua Egzon, «la nostra casa è stata visitata dai soldati, ma per fortuna non ci hanno preso. Quel maledetto suono della sirena lo risento sempre nelle orecchie e nella testa e un qualsiasi allarme, anche l’antifurto delle macchine, mi genera dei sussulti al cuore perché mi riporta a quei giorni di terrore e odio». La famiglia di Egzon deve la sua sopravvivenza alla vicina di casa. «Un giorno del ’99 erano state concesse 48 ore di tregua, ma noi non avevamo nessun mezzo per lasciare il paese in fretta. I nostri vicini avevano occupato il rimorchio del loro trattore e per noi non c’era posto. La loro nonna ha detto ai figli che se non portavano anche noi sarebbe rimasta lì a farsi arrestare e così abbiamo raggiunto l’Albania, che ci ha dato la prima ospitalità e alla quale saremo grati per sempre. Grazie alla perseveranza di mamma abbiamo ritrovato papà nell’UçK, i gruppi di resistenza kosovara. Pensava fossimo morti nei raid e riabbracciarlo è stato toccante. Lì, tra lacrime di gioia, abbiamo deciso di trasferirci in Italia».
IN ITALIA. A Montorio la famiglia di Egzon è ripartita da zero. «All’inizio eravamo così terrorizzati che un giorno sono venuti i vigili urbani a casa per un adempimento burocratico e io e i miei fratelli li abbiamo scambiati per i serbi», confida, «ci siamo messi a piangere e urlare e mamma ha impiegato ore per calmarci e farci capire che eravamo al sicuro. Qui è la nostra casa, parliamo il dialetto, siamo diventati cittadini italiani e siamo fieri di esserlo. Questo posto magico ci ha dato tutto e gli italiani ci hanno aiutato, soprattutto i vicini Sarno e Viviana ai quali siamo tanto legati. Lo Stato ci ha dato la cittadinanza, ma gli italiani ci hanno fatto sentire parte di essi. Vent’anni fa la gente era più aperta al diverso, oggi c’è molta più diffidenza e paura. In natura la coesistenza di elementi differenti dà vita alla sua unicità e lo stesso deve essere per le persone perché l’intolleranza e il razzismo sono mali che portano a gravi conseguenze». Egzon non intende fermarsi nel raccontare l’Abruzzo. «Quando non pensi più nella tua lingua madre significa che ti senti definitivamente parte di una collettività e di un territorio che ti ha dato accoglienza, libertà, pace e prospettive», conclude, «questa montagna dove abbiamo piantato le nostre radici merita di essere conosciuta, sviluppata, non abbandonata e di risorgere. Nel mio piccolo quello che posso fare per ringraziarla è mostrare a tutti le qualità che possiede».
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