Escursioni a rischio su Gran Sasso e Laga

7 Dicembre 2015

Allarme della guida alpina Iannetti: col nuovo piano l’Ente Parco potrà vietare l’accesso in ampie zone

TERAMO. Il regolamento del Parco Gran Sasso-Laga nasconde delle insidie. In sostanza potrebbe vietare l’accesso agli escursionisti in ampie aree montane. A lanciare l’allarme è una guida alpina, Pasquale Iannetti che chiede ai presidenti delle Regioni Abruzzo, Marche e Lazio, che devono approvare il piano del Parco, di esigere che l’Ente Parco indichi subito e chiaramente le aree da escludere per la fruizione alpinistica ed escursionistica.

Iannetti fa notare che il regolamento del Parco per le attività alpinistiche, una volta che il piano diventa operativo, dà la possibilità all’Ente di interdire (in diversi modi e tempi) alcune particolari aree per la conservazione di ecosistemi, habitat e specie, provvedendo anche alla chiusura di sentieri, piste e vie di arrampicata esistenti. «E’ utile osservare quel che è già successo nel Parco dei Monti Sibillini dove, approvato il piano, nel 2015 fa calare sul Monte Bove una serie di divieti e di limitazioni, a dir poco, deliranti» e ora in alcune aree è consentito l’accesso a 16 persone al giorno, per pochissimi mesi all’anno, chiedendo l’autorizzazione almeno due giorni prima. «Questo potrebbe succedere disgraziatamente anche sul Gran Sasso, ancor più considerando il fatto che l'equipe di esperti, studiosi, integralisti che hanno redatto il piano del Parco del 2009 è la stessa che ha elaborato gli assurdi divieti del 2015».

Il piano del Parco del 2009 aveva destinato a riserva naturale integrale una vasta area fra i 1800 e i 2912 metri. «Se il piano del Parco fosse stato approvato come proposto sarebbe stata vietata ogni forma di attività in montagna dai 1800 metri in su: escursionismo, alpinismo, sci-alpinismo, sci di fondo escursionistico, cascate di ghiaccio, salite con le ciaspole. Per fortuna questo scellerato progetto è stato respinto: ma il pericolo sussiste ancora. Se il piano venisse approvato in questo modo, l'Ente Parco avrebbe gli strumenti per chiudere tantissimi siti di arrampicata, sentieri escursionistici e vie ferrate». Iannetti fa notare, fra l’altro, che l’uomo non dà poi così tanto fastidio agli animali o i camosci non si sarebbero riprodotti dai 6 del 1992 ai 286 attuali sul Gran Sasso e ai 550 in tutto il Parco.