Esperti al lavoro per chiarire il mistero di Daniele Taddei

30 Dicembre 2018

Il pm Medori ha affidato l’incarico per l’autopsia, i resti esaminati da un antropologo forense Materiale inviato a Bologna per la prova del Dna, la macchina sarà ispezionata dai Ris

SANT’OMERO. Saranno i tempi di test scientifici a scandire il complesso lavoro che il pm Enrica Medori ha affidato per fare chiarezza sul caso. Perché prima di procedere con l’autopsia sui resti del corpo di Daniele Taddei il codice impone di accertarne l’identità. Una certezza che, in questo caso, può arrivare solo con l’esame del Dna. Ieri mattina, dopo l’incarico agli anatomopatologi Giuseppe Sciarra e Pietro Falco, i resti sono stati portati nei laboratori dell’istituto di medicina legale dell’università di Chieti dove l’antropologo forense Luigi Capasso farà i prelievi di alcuni materiali che poi saranno inviati all’istituto genetico di Bologna per l’esame del Dna.
Solo successivamente, una volta accertata l’identità, i resti torneranno a Teramo e qui sarà eseguita l’autopsia. Tutte le operazioni dovranno essere concluse in due mesi. Tra i quesiti del pm l’esame per accertare epoca e causa della morte, per stabilire se sulla ossa ci siano eventuali segni di fratture. Previsti esami particolari per capire se il giovane sia stato colto da malore, se abbia avuto un incidente stradale e sia morto per le conseguenze del violento impatto oppure per aver ingerito medicinali. Nei prossimi giorni, poi, anche la vettura sarà attentamente esaminata dai carabinieri del Ris, il raggruppamento delle investigazioni scientifiche.
Un pool di esperti, dunque, chiamati dalla Procura con l’obiettivo di fare chiarezza sul caso del 28enne teramano scomparso di casa quattro anni fa e ritrovato giovedì pomeriggio nella sua macchina finita in un fosso, nascosto da un canneto, in contrada Terrabianca di Tortoreto. Le ricerche di Taddei, 28enne operaio, inizialmente si erano estese anche fuori regione soprattutto dopo alcune segnalazioni arrivate nel corso di “Chi l’ha visto?”. Sempre con la speranza di trovare almeno un passaggio della vettura in qualche telecamera. Ma dell’auto nessuna traccia. E questo aspetto era sempre stato evidenziato dai genitori Rossella e Ottavio che nella tarda mattinata del 1° agosto 2014 aveva ricevuto la telefonata del figlio. «Tra poco torno a casa» gli aveva detto dopo aver finito il suo turno di lavoro in un’azienda tessile del posto. Ma a casa non era più tornato. Il suo telefono cellulare per alcuni giorni aveva continuato a squillare agganciando una cella della zona e dando un valido elemento per le ricerche di allora. La cella agganciata copriva un raggio di alcuni chilometri in un’area fra Sant’Omero, Mosciano e Bellante. Una zona battuta più volte ma senza risultato. Il telefono cellulare è stato ritrovato nella Nissan Micra scoperta per caso da un cacciatore quattro anni dopo quel drammatico 1° agosto.
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