Feste sfarzose e acquisto di case con i proventi dello spaccio

27 Aprile 2019

Un’alleanza tra albanesi e rom sgominata dai carabinieri, patteggiamenti per complessivi dieci anni In sedici davanti al giudice: sette optano per il rito alternativo, altrettanti vanno a giudizio, due stralci 

TERAMO. Quasi dieci anni di pena a chiudere sette patteggiamenti: il primo epilogo di un’udienza preliminare racconta la cronaca giudiziaria dell’ultima maxi operazione dei carabinieri contro lo spaccio a Teramo e sulla costa. È quella messa a segno a novembre a Giulianova con la scoperta di un patto tra albanesi e rom a spartirsi il mercato di eroina e cocaina con ben otto chili sequestrati in nascondigli protetti da pitbull e filo spinato. Ieri mattina in sedici, tra cui i dieci arrestati prima di Natale, sono comparsi davanti al gup Roberto Veneziano: in sette hanno patteggiato, in sette sono andati a giudizio chi con il rito ordinario chi con l’abbreviato mentre due posizioni sono state stralciate per altro. Per tutti l’accusa è quella di spaccio.
BANCHETTI E CASE. Con i proventi dell'attività, hanno raccontato mesi di indagini, si compravano case e si organizzavano banchetti e cerimonie costosissime. Come quella per un battesimo con centinaia di invitati ad un pranzo costato quarantamila euro. O la festa per un compleanno di 18 anni con tanto di musica dal vivo di uno dei neo melodici più gettonati di Napoli. E poi c’era l’acquisto delle case, appartamenti ma anche villette. I fiumi di soldi che ogni mese entravano uscivano con investimenti immobiliari, molti dei quali fuori provincia. I contanti restavano in casa, occultati in qualche intercapedine del muro o, come aveva rivelato una scoperta, nel forno in cui sono stati trovati 40mila euro. E se gli accordi per la vendita e poi la custodia dei grossi quantitativi di droga si facevano tra i capi clan albanesi e i capi delle famiglie rom, lo spaccio al dettaglio era delegato a familiari. Mogli, fratelli, cugini in un intreccio di parentele che, come ha svelato l’ordinanza, contribuiva a mantenere il controllo del territorio.
LE INDAGINI. Le indagini, come spesso avviene in queste operazioni, erano partite da lontano. In questo caso già nel 2017 anno fa quando i militari avevano intercettato alla periferia di Giulianova il luogo di incontro tra un gruppo di albanesi e alcuni rom bloccati mentre prelevavano dal nascondiglio sotto terra due chili di droga. Un modus operandi insolito, nuovo per la tipologia di movimento delle famiglie rom. I carabinieri lo avevano intuito subito e da qui erano partiti gli accertamenti che nel novembre scorso si erano conclusi con le dieci richieste di custodia firmate dal pm Silvia Scamurra e accolte dal gip Domenico Canosa.
LA SPARTIZIONE DELLE ZONE. Zone assegnate con un accordo ben preciso: nessuno poteva sconfinare. Chi spacciava a Giulianova poteva farlo solo a Giulianova senza invadere la piazza degli altri. Ma gli altri non potevano invadere la piazza giuliese. E questo, come in tutte le leggi del mercato, significava che sulla piazza giuliese i clienti si dovevano sempre rivolgere agli stessi con prezzi che sicuramente non venivano abbassati dalla presenza di concorrenti. Nelle decine di intercettazioni che hanno caratterizzato la maxi indagine è questo uno dei particolari che meglio ha raccontato la nuova organizzazione dello spaccio a Giulianova e sulla costa teramana.
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