Folgorato mentre lavora in nero Sarà risarcito con 350mila euro

28 Giugno 2022

Al momento dell’infortunio non era assunto e dichiarò di essersi fatto male nel bagno di casa Quando ci ha ripensato le imprese coinvolte hanno negato l’accaduto, ma il ricorso è stato accolto

TERAMO. I giudici della Cassazione hanno più volte sancito che la tutela della salute sui posti di lavoro costituisce un bene primario su cui si misura la civiltà delle economie avanzate. Ma in Italia i numeri degli infortuni sul lavoro dimostrano che la strada per questo è ancora lunga e soprattutto in salita.
Emblematica, in questo contesto, la storia di un teramano che mentre lavorava in nero è rimasto gravemente ferito da una scarica elettrica: ha dovuto rivolgersi a un tribunale per far valere il suo diritto alla tutela della salute. Una battaglia difficile soprattutto per chi, come lui, era un lavoratore in nero. Ai medici del pronto soccorso disse di essere rimasto folgorato nel bagno di casa così come gli aveva suggerito il suo datore di lavoro. Solo dopo sei anni la sua verità è stata riconosciuta con una sentenza emessa dal giudice del lavoro Daniela Matalucci che ha disposto un risarcimento danni di 350mila euro.
L’uomo, che all’epoca dei fatti aveva 29 anni, lavorava per una piccola impresa di tinteggiature che in quel periodo stava sistemando una cabina elettrica per conto di una grossa azienda del Teramano: quel giorno l’operaio era intento a tinteggiare e si trovava su un cestello all’altezza di due metri da terra quando subì una violenta folgorazione per una scarica elettrica proveniente dalla cabina. Gravissime le lesioni riportate: perdita di funzionalità di una mano, lesioni all’avambraccio, al dorso e a una gamba. Il datore di lavoro lo assunse qualche mese dopo l’incidente, ma alla ripresa un’infezione conseguenza della folgorazione lo costrinse a fermarsi. A questo punto decise di raccontare e denunciare, ma dimostrare quello che era successo è diventata una corsa ad ostacoli considerato che entrambe le società, committente e appaltatrice, hanno negato l’evento. In tribunale sono state sentite decine di testimoni, a cominciare dai colleghi di lavoro, che invece hanno confermato la versione dell’infortunato.
Nella sentenza il giudice del lavoro ha accertato e stabilito la responsabilità sia della società committente e sia della società appaltatrice. Secondo il giudice, infatti, la società appaltatrice ha totalmente omesso di adottare misure di sicurezza che potessero ridurre il pericolo di folgorazione, non è stato garantito in alcun modo il controllo e la verifica del mantenimento di una distanza di sicurezza. Così ha scritto: «La cabina elettrica in questione e le sue parti dovevano essere messe fuori tensione e, in ogni caso, andavano adottate le necessarie misure di sicurezza per i rischi di folgorazione». Per il giudice la società committente, da parte sua, quale proprietaria del cantiere era tenuta ad attivarsi e a verificare che fossero rispettate tutte le misure di sicurezza previste nei casi di lavori in prossimità di parti elettriche.
Dice l’avvocato Sigmar Frattarelli: «Il dramma degli infortuni sul lavoro rappresenta una vera emergenza nazionale che non accenna a cessare e il caso trattato e deciso dal tribunale di Teramo costituisce il paradigma di tutto ciò che non si dovrebbe mai fare per garantire la sicurezza dei lavoratori. In questo caso l’operaio non era regolarizzato e in quel cantiere non avrebbe neppure dovuto accedervi. Altrettanto grave è stata inoltre la inosservanza di entrambe le società alle prescrizioni che occorre sempre attuare quando si eseguono lavori in prossimità di impianti elettrici. Le norme in materia di sicurezza in Italia esistono e sono anche all’avanguardia, il problema è che non vengono rispettate e che il sistema dei controlli, dei monitoraggi e delle sanzioni è lacunoso e inefficienti». Sul caso esiste anche un procedimento penale (indagine del pm Stefano Giovagnoni) con un processo in corso.
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