Fondi ai terroristi, libero il presunto capo

Revocato anche l’obbligo di dimora al commerciante fermato due anni fa. Per la Procura avrebbe fatto arrivare due milioni
TERAMO. L’udienza preliminare è slittata per la seconda volta. Non per questioni di notifiche ai 16 indagati ma per il trasferimento di un giudice, il gup che dovrà decidere per un processo o per un non luogo a procedere.
A due anni dal blitz con dieci arrestati (da tempo tutti scarcerati), la maxi inchiesta della Procura distrettuale antimafia nei confronti di un gruppo di italiani e stranieri accusato di finanziare terroristi islamici sconta i tempi lunghi del sistema giudiziario. Con, almeno per ora, una sola certezza: dopo 24 mesi trascorsi tra carcere, domiciliari con il braccialetto elettronico e obbligo di dimora, è tornato libero il commerciante accusato di essere a capo del gruppo. Di recente, accogliendo la richiesta della difesa, il tribunale ha revocato l’obbligo di dimora a Jameleddine Brahim Kharroubi, il 57enne tunisino con residenza a Torino ma all’epoca domiciliato ad Alba Adriatica, considerato una delle figure chiave dell’inchiesta (l’uomo è assistito dall’avvocato Gabriele Rapali). Secondo la Procura il gruppo, tra cui anche un ex imam, avrebbe fatto operazioni per finanziare alcuni terroristi islamici. Per l’autorità giudiziaria da Alba e Martinsicuro si muoveva in tutto il mondo per finanziare il terrorismo radicale islamico di “Al-Nusra”, attivo nella guerra in Siria. Sempre per la Procura Kharroubi avrebbe sostenuto economicamente imam di ispirazione radicale. A cominciare da quello di Aversa Yacine Gasri, condannato in via definitiva a 4 anni e 9 mesi per associazione con finalità di terrorismo (incontro che secondo l’autorità giudiziaria sarebbe avvenuto nella moschea di Martinsicuro) e con quello che nell’ordinanza di custodia cautelare viene definito «l’influente» imam Omrane Adouni a cui, sostiene sempre l’accusa, Kharroubi avrebbe versato somme di denaro e dal quale avrebbe ottenuto, così si legge nella stessa ordinanza, «informazioni di prima mano sulla situazione siriana e sulle operazioni di guerriglia». E con quest’ultimo, sempre così è stato ricostruito dall’accusa e scritto all’epoca nell’ordinanza di custodia, in una intercettazione del 2018, discuteva delle modalità e dei soldi necessari per far entrare combattenti in Siria. Secondo gli inquirenti avrebbe fatto arrivare due milioni di euro provenienti da un giro di false fatturazioni ed evasione fiscale proveniente dalle sue imprese edili e di commercializzazione di tappeti. Accuse respinte dall’uomo.
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