Rischio idrogeologico

Frana di Silvi. Parla il geologo: «Zona mappata come pericolosa, non si doveva costruire»

1 Aprile 2026

Il professor Casagli: «Le repliche? Potrebbero verificarsi, serve manutenzione»

SILVI

Professore Casagli, la frana che ha colpito Silvi è ancora in movimento?

«È ancora in movimento, sì. Non movimenti così evidenti, però si muove di qualche millimetro o centimetro».

Ma c’è il rischio di ulteriori cedimenti?

«Sì, è difficile che una frana si fermi completamente. O meglio, possiamo anche bloccarla con delle opere di ingegneria, ma queste opere vanno mantenute nel tempo. Ed è questo il problema: nel nostro Paese siamo molto bravi a investire, ma molto meno a mantenere e a trovare risorse per la manutenzione».

Esperto di rilievo internazionale in rischi geologici e modellazione del terreno, Nicola Casagli unisce l’attività accademica a Firenze con ruoli di vertice come la Cattedra Unesco per la prevenzione idrogeologica. Membro della commissione Grandi rischi del Dipartimento della Protezione civile della presidenza del Consiglio dei ministri, Casagli spiega al Centro la dinamica e la pericolosità del dissesto di Silvi.

Può descrivere il fenomeno che ha colpito il piccolo borgo?

«Si tratta di una frana di scivolamento di terra. Si chiamano così perché interessano principalmente terreni sabbiosi. È inoltre una frana piccola – 100 metri di larghezza e 250 di lunghezza – ma cattiva, nel senso che si è attivata in tempi molto rapidi. Poi c’è da dire che si attivano velocemente in risposta alle piogge: quando smette di piovere, con l’evaporazione e il sole, la frana si asciuga e si ferma. Il passo successivo sarà infatti aspettare che si stabilizzi per poi fare tutte le indagini necessarie a progettare gli interventi per fermarla, perché è possibile farlo».

E secondo lei quanto tempo ci vorrà?

«Abbiamo contato almeno 30 giorni per gli interventi urgenti e poi sei mesi per gli interventi di medio termine, che riguardano soprattutto la regimazione dell’acqua, ovvero eliminare tutti i possibili afflussi di acqua sul corpo di frana, sia naturali sia artificiali. Ma non è escludibile, anche se non ho elementi per dirlo, che ci siano perdite da acquedotti e fognature come succede un po’ in tutti i centri abitati italiani: vanno assolutamente evitati su una frana, perché è come una benzina che alimenta il suo movimento. Infine ci sono interventi a medio-lungo termine, da sei mesi a 36 mesi, per metterla in sicurezza e stabilizzarla. Ripeto, non per sempre, perché servirà manutenzione».

Sulla base dei rilievi effettuati, cos’è che l’ha colpita?

«Mi ha sorpreso il fatto che è una situazione un po’ ricorrente, soprattutto in Italia: una zona che era già mappata come franosa nelle carte geologiche e dove, però, sono stati costruiti degli edifici, cosa che bisognerebbe non fare. E così a un certo punto si è riattivata: nel 2026 ha causato danni a persone, a cose, a famiglie. È arrivata a minacciare una scuola e quindi ha creato danni grandi che, con una pianificazione del territorio un po’ più oculata durante gli anni del boom economico e demografico, si sarebbero potuti evitare».

Adesso come sarà monitorata?

«Tutto il monitoraggio è seguito dall’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e dal collega Nicola Sciarra. Mi ha illustrato il piano di indagini, che condivido in pieno. Per ora si tratta di istallare una serie di sensori sugli edifici, che servono a vedere se le strutture si stanno inclinando o si stanno muovendo, cosa che ritengo improbabile, però possibile. Poi verranno fatte perforazioni, installate strumentazioni in foro per vedere la profondità della frana e indagini di vario tipo per fare un modello geologico e programmare gli interventi di sistemazione».

È possibile che la situazione, con l’allerta meteo, peggiori?

«È assolutamente possibile. Silvi Paese, come tanti altri borghi, è costruita su una dorsale, cioè su un rilievo allungato; sta sulla sommità e col tempo si è espansa verso i bordi, cosa che non sarebbe raccomandabile fare. È una situazione comune a tanti altri centri abitati. Se si guarda la carta geologica, intorno ci sono frane dappertutto. Anche se sarebbe una sfortuna che si riattivasse subito un’altra frana nello stesso comune. È quasi impossibile, ma non è escludibile».

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