Chieti, capolavoro di resistenza che non meritava la retrocessione

I ragazzi di Del Zotti non hanno mai mollato nonostante siano stati abbandonati dalla società
CHIETI. Un capolavoro di resistenza mandato in frantumi proprio sul traguardo. La ferita più profonda della retrocessione del Chieti calcio in Eccellenza è vedere sgretolarsi un miracolo sportivo costruito da un gruppo di atleti che non ha mai mollato di un centimetro. Il meno undici punti in classifica deciso dalla Corte federale di Appello si è abbattuto come una mazzata letale. Una penalizzazione calcolata moltiplicando le singole mensilità non saldate per ogni tesserato. Ma non ci sono conteggi che tengano di fronte alla delusione e alla rabbia di una tifoseria che si era stretta attorno ai ragazzi di Francesco Del Zotti, più forti delle umiliazioni quotidiane subite in questi mesi tormentati.
Nel momento più deprimente di oltre un secolo di storia, la piazza aveva fatto quadrato – con orgoglio e calore non comuni – intorno a calciatori lontani anni luce da quel prototipo di mercenario che il calcio dei giorni nostri ci regala sempre più spesso. Perché questi ragazzi hanno continuato a scendere in campo nonostante tutto. Nonostante siano stati lasciati dalla società senza stipendi e senza un banale piatto di pasta, costretti ad affidarsi al buon cuore di una famiglia di tifosi per rimediare un pranzo o una cena decente. Hanno affrontato le trasferte con impegno, anche se viaggiavano stipati su pulmini guidati dagli stessi dirigenti, per il semplice motivo che l’autobus della società era stato pignorato a causa dei debiti. Eppure, sopportando offese di ogni ordine e grado, questi ragazzi avevano centrato i play-out. Domenica avrebbero avuto la sacrosanta possibilità di giocarsi la salvezza in casa, contro la Recanatese, in uno stadio Angelini che la città avrebbe riempito come se in ballo ci fosse il ritorno in serie C.
Ora è arrivata una sentenza che fa male. Agitare oscuri intrighi di palazzo o gridare allo scandalo giuridico rappresenta oggi un dannoso esercizio di distrazione, utile soltanto a spostare le responsabilità altrove e a inscenare l’ennesima azione diversiva. Le sentenze si rispettano sempre, anche quando si rivelano dolorose. La verità, in questa storia, non è nascosta: i colpevoli del disastro hanno due nomi e due cognomi.
Il patron Altair D’Arcangelo è diventato materia da «Chi l’ha visto?». Non si fa vedere in città da tempo. Intanto diverse procure d’Italia, da Bologna a Milano, stanno indagando sul suo conto per reati che spaziano dalla frode fiscale all’associazione per delinquere, dopo una condanna per bancarotta diventata definitiva. A lui si deve la retorica di un futuro grandioso sempre imminente e mai arrivato. Un patron che aveva persino messo alla porta gli sponsor, trattati come zavorre fastidiose, al punto da vietare la presenza dei loro banner pubblicitari all’interno dello stadio.
Anche per il presidente Gianni Di Labio parlano i fatti. Inizialmente aveva presentato Altair come il salvatore della patria, finendo per declassarlo a semplice procacciatore di sponsor quando la situazione si stava mettendo male. Nel momento in cui questo giornale raccontava l’inizio del declino, Di Labio correva in salotti televisivi amici accusandoci di scrivere ciò che sognavamo la notte. Era il tempo in cui ogni allarme diventava fastidio, ogni domanda lesa maestà, ogni notizia (documentata) immaginazione altrui. Il 13 marzo 2025, di fronte al trapelare delle notizie sulle indagini avviate dalle fiamme gialle, si era presentato in conferenza stampa con sicumera: «Siamo sotto i riflettori della guardia di finanza. Ma non temiamo nessuno perché riteniamo di aver fatto le cose giuste».
Di fronte agli stipendi non pagati e al gas staccato per le bollette insolute, qualcuno osava timidamente chiedere conto del sedicente progetto da 30 milioni di euro riguardante un nuovo stadio. Il presidente Di Labio, tutto alterato, scandiva: «Faremo qualcosa di strabiliante». Di certo, strabiliante non è un autobus finito dritto all’asta. Strabiliante non è lasciare una rosa di atleti senza un posto sicuro dove nutrirsi. Strabiliante non è subire il pignoramento sistematico degli incassi delle partite. Strabiliante, semmai, è che quel gruppo di ragazzi sia arrivato fino alla soglia della salvezza.
L’ultimo oltraggio si è consumato ieri pomeriggio. Alla notizia della penalizzazione, i calciatori volevano un confronto immediato. Ma nessun dirigente era al campo. I ragazzi, in lacrime, per ottenere un minimo di spiegazione, sono dovuti andare a casa del presidente Di Labio. Il Chieti ha chiesto di sospendere i play-out e presenterà ricorso al Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni. È l’ultima possibilità per provare a non cancellare tutto. È la mossa disperata per evitare che la gestione di chi prometteva progetti grandiosi, producendo in fondo soltanto macerie, finisca per mortificare il sudore, la passione e i sacrifici di ragazzi che avevano quasi salvato sul campo ciò che altri avevano compromesso fuori.
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