Alpinisti morti sul Gran Sasso, archiviata l’inchiesta

15 Maggio 2026

Il giudice respinge l’opposizione dei familiari delle due vittime che chiedevano nuove indagini: «Non ci sono responsabili»

TERAMO. Per il sistema giustizia è una tragedia senza responsabili. A 17 mesi dalla morte del 42enne Luca Perazzini e del 48enne Cristian Gualdi – i due alpinisti riminesi che nel dicembre 2024 sono morti assiderati sul versante aquilano del Gran Sasso dopo essere rimasti bloccati a causa di una forte ondata di maltempo – c’è una sentenza d’archiviazione a definire l’epilogo giudiziario del caso. Il giudice Lorenzo Prudenzano ha depositato il provvedimento con cui ha accolto la richiesta d’archiviazione della Procura (pm titolare del fascicolo Laura Colica) e ha respinto l’opposizione presentata dai familiari delle vittime (rappresentati dagli avvocati Luca Greco e Francesca Giovanetti) che avevano chiesto nuove indagini. Familiari da sempre convinti, così come detto da subito, che i due si potessero salvare con un diverso intervento dei soccorsi, a cominciare dai mezzi aerei.

Nell’atto di opposizione all’archiviazione erano state chieste nuove indagini dopo che, secondo i legali, ci sarebbe stata una prima errata geolocalizzazione degli alpinisti che avrebbe determinato un’ora di ritardo nell’avvio dei soccorsi nell’area interessata da condizioni meteo estreme. Secondo gli avvocati un tempo di fondamentale importanza perché dopo quei sessanta minuti le condizioni meteo sarebbero drammaticamente peggiorate. Due le altre questioni sollevate nell’opposizione: la mancata attivazione e applicazione del protocollo Sar, il mancato intervento dei mezzi dell’Aeronautica militare. Questione, quest’ultima, per cui al giudice era stato chiesto di disporre una consulenza tecnica «sulla fattibilità di un intervento di soccorso da parte di un equipaggio-elicottero dell’Aeronautica militare ovvero di altro ente, nell’arco temporale che va dalle 14.56 fino all’orario di morte dei due alpinisti individuato dal medico legale del 22 dicembre 2024».

L’inchiesta della Procura, con un responsabile dei soccorsi indagato, era stata avviata dopo l’ esposto presentato dalle famiglie delle vittime, un esposto nato dal presupposto di voler comprendere se sul Gran Sasso, nel giorno in cui gli alpinisti arrivarono, ci fossero le condizioni sufficienti per consentire il libero accesso in quota anche a fronte dell’allerta meteo che era stata diramata dalla Protezione civile e se segnaletica e soccorsi fossero adeguati. Nella richiesta d’archiviazione la pm, dopo un certosino lavoro d’indagine con l’acquisizione di svariati atti e documentazioni, aveva ricostruito quei drammatici giorni di ricerche arrivando alla conclusione della regolarità della macchina dei soccorsi: «Tutti gli elementi raccolti, la ricostruzione dei fatti, la ricostruzione delle condotte dei due alpinisti, la ricostruzione delle condizioni meteo, la ricostruzione della cronologia dei soccorsi, le indagini presso l’Aeronautica militare consentono di escludere responsabilità omissive dei soccorritori e del delegato di zona Cnsas Sasa».

Secondo la Procura, la ricostruzione dei fatti esclude responsabilità di terzi per una situazione compromessa già da subito per le pessime condizioni meteo. «La ricostruzione delle condizioni meteo», ha scritto la magistrata nella richiesta d’archiviazione, «consente di ritenere che la situazione meteo era proibitiva già alle ore 13.30 sia per gli alpinisti in vetta sia per le persone a Campo Imperatore ed erano rischiose anche le operazioni di soccorso da terra e da cielo già alle ore 13.30 ancor prima della chiamata di soccorso delle 14.56 e per tutta la giornata del 22 dicembre e per i giorni successivi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA