Furti e truffe con gli oli esausti, in 5 a giudizio

14 Gennaio 2016

Il giudice dell’Aquila manda a processo il titolare, la moglie e tre dipendenti di un’azienda

MOSCIANO. Nel maggio del 2014 finirono agli arresti domiciliari perchè accusati di associazione a delinquere, furti e truffa nell'ambito di un'inchiesta della procura distrettuale (titolare delle indagini il pm David Mancini) su un presunto maxi furto di oli vegetali esausti.

Ieri mattina il gup dell’Aquila Guendalina Buccella li ha rinviati a giudizio fissando per il 14 giugno la prima udienza davanti al tribunale di Teramo. Si tratta di Carlo Benincaso, 44 anni, di origine campana ma residente a Giulianova, all’epoca dei fatti titolare dell'azienda Adriatica Ambiente, della moglie Anna Milone, 42 anni, collaboratrice dell'azienda, e dei dipendenti Luca Ansidei, 41 anni di Giulianova, Franco Costanzo, 61 anni di Notaresco, Massimo Aquilano, 45 anni di Ortona. I cinque sono assistiti dagli avvocati Alessandro Angelozzi, Gianluca Carradori e Giovanni Macè. «Abbiamo presentato una corposa memoria difensiva e ci auguriamo che nel corso del dibattimento», dice l’avvocato Angelozzi che assiste Benincaso e Milone, «tutto possa essere chiarito».

L'attività investigativa dei carabinieri del Noe è iniziata nel giugno 2011 dopo una serie di segnalazioni di aziende concorrenti alla Adriatica Ambiente, due delle Marche, una di Teramo e una dell'Aquila, ma anche dopo una serie di denunce di ristoratori che segnalavano effrazioni e furti di olio usato da smaltire, sia in Abruzzo che nelle Marche. Tra i reati contestati, l'associazione per delinquere per commettere una serie di reati in materia di rifiuti e contro il patrimonio ai danni di aziende concorrenti, ma anche la truffa, il furto e il traffico illecito di rifiuti. Secondo l'accusa dei carabinieri (tutta da provare nel corso di un dibattimento) gli arrestati si sarebbero spinti fino a rubare l'olio dalle campane per la raccolta. E anche ad andare dai ristoratori, che avevano convenzioni per lo smaltimento con altre ditte, e a ritirare l'olio facendo credere loro di essere operatori della concorrenza. L’accusa stima che l’attività abbia causato alle ditte che ricevevano una concorrenza sleale una perdita economica annuale di almeno 200mila euro, in termini di minori quantità di rifiuto raccolto (che veniva pagato 150 euro a tonnellata). L'olio esaustoviene venduto ad aziende specializzate che lo recuperano per la produzione di carburante biodiesel. Tutte accuse che dovranno essere provate nel corso del dibattimento.(d.p.)

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