Fusione con L’Aquila, è stallo Gli imprenditori non decidono

Lanciotti: «Teramo ha ribadito la propria unità di intenti a non fare un percorso affrettato» Santilli: «Ci siamo confrontati con diplomazia, ricordo che il processo è partito su base volontaria»
TERAMO. Se l’obiettivo era quello di trovare una soluzione condivisa sul processo di fusione tra i due enti camerali la riunione di ieri non ha raggiunto l’esito sperato. Perché al di là delle parole di circostanza dei presidenti della Camera di commercio di Teramo Gloriano Lanciotti e di quella aquilana Lorenzo Santilli, che hanno parlato entrambi di «riunione utile, nella quale tutte le associazioni di categoria si sono confrontante esprimendo le proprie valutazioni», sottolineando la necessità di tornare ad incontrarsi, le posizioni dei due territori sembrano restare distanti.
Il nodo centrale è che la sospensione del processo di fusione, chiesta alla Regione dall’ente camerale di Teramo con un’apposita delibera approvata in assemblea e che non troverebbe al contrario il favore del territorio aquilano, sembra una strada tecnicamente non percorribile. Perché se Teramo, a sostegno di un «atteggiamento di prudenza», ha messo sul tavolo le recenti sentenze del Tar Lazio, che esprimendosi su due dei sette ricorsi presentati ha dichiarato «rilevante e non manifestamente infondata la sollevata questione di legittimità costituzionale della riforma nella parte in cui prevede il parere, anziché l’intesa, con riferimento al principio di leale collaborazione», disponendo la trasmissione immediata degli atti alla Corte Costituzionale con sospensione di giudizio, l’Aquila ha più volte ricordato come le due realtà abbiano deciso l’accorpamento su base volontaria sulla scorta della legge 580 e quindi ben prima della legge di riordino. Per tornare indietro, dunque, servirebbe un atto di revoca, di cui però gli imprenditori teramani non avrebbero mai parlato. Resta da vedere, comunque, quale strategia intenderà adottare la Regione, con una decisione di stampo esclusivamente politico.
Altra questione sul tappeto è quella della sede principale, che dagli atti sottoscritti all’epoca tra le due Camera di commercio dovrebbe restare all’Aquila. La legge di riordino prevede che la sede resti nel territorio che conta più imprese, che sarebbe quello teramano, ma anche in questo caso gli accordi presi all’epoca tra i due enti camerali erano diversi.
Ieri, di fatto, non è stata presa nessuna decisione. La riunione, come hanno tenuto a precisare i due presidenti, ha visto solo un confronto tra le associazioni di categoria. Adesso, dunque, ognuno dei due territori dovrà fare le sue valutazioni. «È stato un bell’incontro tra i due territori», ha commentato Lanciotti, «in cui si sono confrontate le varie posizioni. Si è trattato di un confronto costruttivo per far si che il processo, sia che si fermi sia che vada avanti, sia frutto di una volontà unanime di tutti senza far si che un territorio sia penalizzato rispetto all’altro». Gli imprenditori teramani avrebbero comunque confermato «un atteggiamento prudenziale», in attesa dei pronunciamenti di Tar e Corte Costituzionale. «La parte teramana ha ribadito la propria unità di intenti sul non fare un percorso affrettato, anche in virtù dell’atteso pronunciamento della Corte Costituzionale». Di riunione «sana e saggia», ha parlato anche il presidente della camera di commercio dell’Aquila Santilli, che si è limitato a commentare come «tutte le associazioni di categoria si siano confrontate con diplomazia, esprimendo le proprie valutazioni» e ricordando come il processo di accorpamento delle due Camere sia stato deciso di base volontaria. Duro, invece, il commento del presidente dell’Api Teramo Alfonso Marcozzi. «È stata una riunione inutile, in cui l’aspetto principale, quello della sede, è stato sviato», ha detto, «Qualcuno a Teramo non è stato e non è lungimirante. Alla fine la questione passerà nel dimenticatoio e Teramo perderà la sede».
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