Giro da 300mila euro con le carte clonate

24 Gennaio 2020

Nuova udienza del processo a nove imputati, per l’accusa le truffe messe a segno sono state 400

TERAMO. Circa quattrocento truffe per un guadagno di trecentomila euro clonando i codici delle carte di credito di ignari possessori: sono i numeri che scandiscono l’audizione dei poliziotti impegnati nelle indagini e che ieri sono stati sentiti come testi. La Pubblica accusa li mette in capo alla maxi inchiesta che vede nove persone tra italiani e stranieri a processo davanti al tribunale in composizione collegiale (presidente Flavio Conciatori, a latere Lorenzo Prudenzano ed Enrico Pompei). L’accusa, per tutti, è quella di associazione per delinquere, ricettazione e accesso abusivo a sistemi informatici, con l’aggravante della transnazionalità.
Secondo l’accusa la banda in pochi anni aveva messo su un vero e proprio traffico di codici segreti di carte di credito, rubati a cittadini statunitensi, australiani e indiani, che venivano utilizzati per clonare e utilizzare fraudolentemente le tessere magnetiche delle ignare vittime, che si accorgevano soltanto dopo la truffa di essere stati derubati dei propri risparmi.
A capo dell’organizzazione, secondo gli investigatori ci sarebbe stato un pakistano. Secondo l’accusa, infatti, il gruppo riusciva a procurarsi i codici proprio grazie ai suoi contatti in Pakistan. Codici che, una volta clonati, venivano divulgati agli altri affiliati che li utilizzavano per acquistare articoli di ogni genere.
Una maxi inchiesta portata avanti dalla Procura distrettuale competente per il tipo di reato (l’accesso abusivo ai sistemi informatici) e corredata da centinaia di intercettazioni a raccontare il modus operandi. Molte anche le tentate truffe che, secondo gli investigatori, sono state sventate proprio grazie alle intercettazioni telefoniche che hanno consentito agli investigatori di venire in possesso dei codici consentendo alle varie società di bloccare prima le operazioni. Ma accanto alle tante «transazioni rifiutate» raccontate in aula nel corso della lunga audizione di un poliziotto della Postale tante quelle che, secondo l’accusa, sarebbero andate a buon segno. Come quella che ha visto un pagamento di 12mila euro per un pranzo in un ristorante. Quando i poliziotti sono andati a controllare si sono sentiti rispondere che la cifra alta era per un banchetto di duecento persone.
In quel locale, però, i coperti a disposizione erano solo venti. Si torna in aula a settembre.(d.p.)
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