Glorie e cadute, un romanzo lungo 150 anni

Lo spartiacque è l’abbattimento del vecchio edificio nel 1959, «una vergogna» per molti teramani
TERAMO. La storia del teatro Comunale di Teramo si divide in un prima e un dopo, con l'anno 1959 spartiacque. Nel prima c'è il teatro storico, con palchi, stucchi, velluti, affreschi e cristalli di Boemia, inaugurato nel 1868. Nel dopo, il brutto scatolone inaugurato nel 1961 e tuttora lì, alla fine di corso San Giorgio. In mezzo l'abbattimento del vecchio teatro, cominciato il 30 novembre 1959, deciso dall'amministrazione democristiana guidata dal sindaco Carino Gambacorta e voluto da gran parte della cittadinanza, in trepidante attesa di un moderno cineteatro e, soprattutto, dei magazzini Standa.
L'iniziativa di costruire un grande teatro a Teramo fu presa nel gennaio 1840 dall'Intendente borbonico Francesco Statella. Dopo varie vicissitudini il Comunale (in origine Teatro Re) progettato da Nicola Mezzucelli fu inaugurato nella primavera 1868 con l'opera di Verdi "Un ballo in maschera". La struttura ospitò grandi compagnie liriche e di prosa e interpreti famosi: Angelo Masini, Camilla Pasini (prima Musetta della "Bohème" pucciniana, poi sposa dell'avvocato teramano Muzio Muzii), Adelaide Ristori, Ermete Zacconi. Tra la platea e i 56 palchi il Comunale ospitava oltre 600 spettatori. Il palcoscenico (180 metri quadri) era chiuso da un sipario dipinto da Bernardino De Filippis-Dèlfico, un ricco lampadario in bronzo dorato e cristalli di Boemia pendeva in platea dalla volta affrescata.
«L'antico Comunale vide passare le maggiori compagnie operistiche e teatrali italiane», sottolinea l'artista Sandro Melarangelo, depositario della storia culturale (e non solo) teramana, «Teramo era una piazza ambita. Il teatro dell'opera Costanzi di Roma, conclusa la sua stagione, prevedeva Teramo come prima tappa sul territorio nazionale». Il teatro era, come oggi, di proprietà comunale. Ma, ricostruisce Melarangelo, il Comune affidava gestione e programmazione a «personaggi importanti e competenti, che erano dentro la città, come Berardo Polidori, agente teatrale». Oltre alla sala principale, scenario anche di banchetti, veglioni e feste da ballo (per l'occasione veniva smontata la platea), importanza cruciale per la cultura cittadina ebbe il ridotto, la sala della Cetra, «dotata di platea, galleria, palcoscenico, con un telone dipinto da Gennaro Della Monica». La Cetra, culla del liceo musicale Braga, fu palestra di talenti locali, come Luigi Antonelli, drammaturgo di Castilenti, nonché luogo identitario e aggregativo per la comunità teramana. Lì nacquero stagioni teatrali e concertistiche parallele al cartellone principale, «fino all'ultimissima stagione con tra gli altri Giorgio Bandini, in seguito primo importante regista dei radiodrammi Rai». Una vergogna per Melarangelo non solo l'abbattimento, ma pure non aver previsto un ridotto nel nuovo teatro. Senza contare la pessima acustica, l'accesso alla platea dopo due piani di scale, l'ingresso non più sul corso.
Nonostante tutto, pure il nuovo Comunale ha avuto i suoi fasti, soprattutto negli anni Settanta, grazie anche al cinema. Per "Lo squalo" (1975) e "La febbre del sabato sera" (1977) vi furono veri assalti, con spettatori seduti fin sugli ultimi gradini della galleria. Se negli stessi anni vi approdarono sgangherati spettacoli a luci rosse, il Comunale ospitò per contro il meglio del teatro di ricerca e innovazione, come ricorda il regista Silvio Araclio, a partire dagli allestimenti più gloriosi del Teatro Stabile dell'Aquila con la regia di Antonio Calenda: «"Operetta" di Gombrowicz (1969, ndc), con Gigi Proietti, e con l'apparizione in palcoscenico di una figura nuda di donna, mi lasciò una grande emozione. "La figlia di Iorio", da D'Annunzio, nel 1973, con Piera Degli Esposti che recitò tutto il tempo a testa bassa, fu un'epifania. E poi ho il ricordo del cinema da bambino, con grandissime file. Il cinema e il teatro erano ancora occasione di divertimento, di festa. Nella mia memoria c'è anche l'antico Comunale, nel racconto di mio zio Mimì, Domenico Ciccarelli, giornalista e uomo politico, che visse come un vulnus l'abbattimento».
Anna Fusaro
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