Grande Italia, dichiarato il fallimento

Istanza presentata dal liquidatore, chiusi per inventario dal curatore il locale di piazza Martiri e quello di via Badia
TERAMO. «Chiuso per inventario». Nessuno ieri mattina, vedendo le serrande chiuse del Caffè Grande Italia, ha creduto che quel cartello non significasse qualcosa di più grave, un qualcosa i cui segnali si erano manifestati da molti mesi. Infatti il giudice della sezione fallimentare del tribunale di Teramo Giovanni Cirillo ha firmato il decreto di fallimento della Tfz srl, ovvero la società che aveva la maggioranza delle quote dello storico caffè, riaperto in pompa magna nell’estate 2005, e della sua “filiale” di via Badia. A ricostruire quanto accaduto è il commercialista teramano Sergio Saccomandi, nominato curatore fallimentare dal giudice, che ha deciso per prima cosa di chiudere il locale di corso San Giorgio e quello di via Badia per procedere all’inventario dei beni.
Saccomandi spiega che a presentare istanza di fallimento è stato il liquidatore Gabriele Cavacchioli, nominato dal tribunale nel novembre 2014 insieme al custode giudiziario Andrea Lucchese. A quanto pare Cavacchioli ha ritenuto impossibile rimettere in sesto i bilanci a causa di sofferenze tali da vanificare anche le ultime azioni mirate al risanamento. Il tentativo di evitare il fallimento era stato messo in campo esattamente un anno fa, quando a febbraio 2015 si partì con una riorganizzazione dell’attività e l’introduzione di un turno settimanale di riposo fissato al martedì per contenere i costi, oltre a una riduzione di personale. Nulla è servito a impedire che il liquidatore presentasse istanza di fallimento, fino all’arrivo del curatore fallimentare che alla luce della pesante esposizione debitoria è stato obbligato come primo atto a disporre la chiusura dei locali per accertare il patrimonio e inventariare i beni. Un’attività che secondo Saccomandi durerà almeno tre o quattro giorni. Poi si stabilirà se ci sono i margini per avanzare al giudice una richiesta per proseguire l’attività in esercizio provvisorio.
Dice il curatore: «Sarà il giudice che dovrà autorizzare questa fase, ma al momento non ho elementi per valutare se questo sarà possibile, e se sarà estendibile a tutte le attività: caffetteria piuttosto che catering o altro. Al termine delle valutazioni che emergeranno in fase di inventariato, e valutata la presenza di introiti, scaturiranno le decisioni, tenendo conto anche che dovrò cercare di soddisfare al meglio i creditori. Il mio auspicio è quello di non chiudere il caffè Fumo, io lo chiamo ancora così». Ci sono potenziali acquirenti? «Per il momento non ci sono proposte, ma metterò in campo tutti gli interventi necessari per rendere appetibile un nuovo ingresso».
Certo è che gran parte degli incassi erano legati alla pasticceria e alla preparazione del salato, prodotti che necessitano di manodopera e quindi hanno costi di gestione alti. Uno dei tre soci iniziali esperto di ristorazione, Tonino Di Gianvito, titolare della Corte dei Tini, si chiamò fuori poco dopo la costituzione della società, costituita anche da Rosa Famiglietti e dall’immobiliarista Antonio Zuccarini, dalle cui disavventure finanziarie ha avuto inizio la bufera giudiziaria. L’intervento del tribunale nel 2014 fu infatti provocato dal commissario straordinario della Tercas, Riccardo Sora, che chiese il sequestro delle quote di Zuccarini, in qualità di socio di maggioranza della Tfz, a parziale copertura delle esposizioni per circa 6 milioni di euro maturate dall’immobiliarista nei confronti dell’istituto di credito.
Con il fiato sospeso ci sono circa una trentina di lavoratori che lamentano già arretrati di quattro mesi negli stipendi e che sperano di poter continuare a lavorare, ma di certo la situazione impensierisce e non poco anche i dipendenti del Grande Italia di viale Bovio e dell’omonimo caffè di Bellante. Per quanto le due attività siano riconducibili a società diverse, visto che sono intestate rispettivamente al marito e al figlio di Rosa Famiglietti, socia storica degli altri due caffè, i lavoratori temono che la bufera economica e i danni di immagine vadano a ripercuotersi anche sugli altri due esercizi commerciali, che in questi giorni stanno proseguendo regolarmente l’attività.
Marianna De Troia
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