«Ho voluto una diocesi capace di amare e servire gli ultimi»

30 Settembre 2017

TERAMO. Ai terremoti sono legati i momenti più tristi e difficili del mandato episcopale di Michele Seccia nella diocesi teramana. Le scosse del 2009 e poi quelle a cavallo tra lo scorso autunno e l'...

TERAMO. Ai terremoti sono legati i momenti più tristi e difficili del mandato episcopale di Michele Seccia nella diocesi teramana. Le scosse del 2009 e poi quelle a cavallo tra lo scorso autunno e l'inverno hanno ferito le anime e le strutture della comunità ecclesiale. Quasi la metà delle chiese, 200 su circa 420, sono state rese inagibili dagli sciami sismici dell'ultimo anno. Il vescovo, nella lettera di saluto prima di trasferirsi a Lecce, rivolge così il suo pensiero alla Caritas nei confronti esprime «sincera gratitudine» anche per l'impegno profuso nell'accoglienza di poveri e migranti.
Il mandato di Seccia, però, è stato caratterizzato anche da altri eventi e iniziative importanti. Sul piano spirituale Seccia richiama la lectio divina, i corsi di formazione biblica che ha tenuto in diversi appuntamenti annuali, ma anche i percorsi formativi per catechisti e per i fidanzati: «Sono semi che porteranno frutto con l'aiuto dello Spirito», evidenzia. Per il vescovo uscente un risultato da rimarcare è anche il riconoscimento definitivo ottenuto per il Consultorio diocesano "Amoris Laetitia" aperto a Scerne di Pineto nel Centro intitolato a don Silvio De Annuntiis di cui, dice, «porto nel cuore la molteplice e poliedrica opera». Seccia cita anche la Casa di Betania aperta a Tortoreto per accoglienza di bambini e madri in difficoltà e la Piccola opera Charitas di Giulianova, voluta da padre Serafino e che «nonostante le non poche difficoltà sta diventando una realtà evangelica e sociale di promozione della dignità delle persone fragili e di apertura al mondo della cultura». L'ultima attivata è Casa Manuela a Campli, anch'essa rivolta ai bambini, creata grazie alla collaborazione dei frati Cappuccini e affidata alla comunità Papa Giovanni XXIII. «Non si tratta di realtà esterne o indipendenti dalla diocesi: se esigono l’attenzione del controllo, hanno ancora più bisogno di sentirsi amate dalla Chiesa, conosciute, visitate», tiene a precisare il vescovo, «non è una raccomandazione, è molto di più: deve manifestarsi il volto di una diocesi capace di amare e servire i piccoli, gli ultimi». (g.d.m.)
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