I cento anni di Alfredo: è l’ultimo reduce di Russia

Di Pasquale ha combattuto a Selenyj Jar e ha visto morire quasi tutti i compagni Poi ha subìto l’amputazione dei piedi. Penne nere e sindaci gli rendono omaggio
BISENTI. Nella neve e nel ghiaccio della Russia, mentre arrancava per salvarsi dalle raffiche del nemico, mai avrebbe pensato non solo di tornare vivo a casa, ma di arrivare a festeggiare un secolo di vita. Quella forza con cui ha combattuto a soli vent’anni la guerra con i suoi orrori è la stessa che gli ha permesso di affrontare l’esistenza, convivendo con gli incubi delle esplosioni nelle quali aveva perso gran parte dei commilitoni e senza gli arti inferiori, persi per congelamento. Ha spento cento candeline Alfredo Di Pasquale, l’unico reduce rimasto nella provincia di Teramo della sanguinosa battaglia di Selenyj Jar, uno dei pochi sopravvissuti del battaglione alpini L’Aquila che in Russia si sacrificò per coprire la ritirata degli altri reparti.
LA FESTA. La festa per Alfredo ieri ha coinvolto la sezione dell’associazione nazionale alpini (Ana) di Bisenti di cui ha sempre fatto parte, Befaro di Castelli, suo paese natale e dove ha vissuto, la Valle Siciliana e la Val Fino, i cui sindaci hanno onorato il reduce della Seconda guerra mondiale. A rendergli omaggio sono arrivate penne nere da tutta la provincia e dalla caserma dell’Aquila, il presidente dell’Ana regionale Pietro D'Alfonso e i sindaci con tanto di targhe in dono. Negli occhi del centenario gioia, ma anche tanta commozione nel ricordare quei giorni di grande dolore.
IL RACCONTO. Era il 17 gennaio 1942 quando Alfredo lasciò, insieme ad altri ragazzi del paese, famiglia e sogni per dirigersi verso l’ignoto. «Quella mattina la piazza di Bisenti era piena di gente e di lacrime», ricorda, «solitamente c’era un solo autobus per andare a Teramo, ma misero tre corse per trasportare noi giovani: sapevamo che andavamo in guerra, ma non eravamo consci della brutalità che avremmo visto e vissuto». Alfredo, che era contadino figlio di contadini e non aveva mai visto né maneggiato un'arma, fu portato con gli altri ragazzi dal capoluogo a Giulianova verso Pescara e poi a Sulmona. «E chi l’aveva visti mai il treno e il mare», aggiunge accennando un sorriso che ancora descrive il suo stupore. Da Sulmona gli alpini abruzzesi vennero portati a Tolmino, in Friuli, per gli addestramenti. E poi, in estate, il viaggio in direzione Russia. «Portavamo abiti e scarpe leggeri, ammassati in 40 nel treno come bestie senza nemmeno sederci in un viaggio senza soste fino in Polonia», prosegue, «da lì costretti a camminare a piedi per 150 chilometri al giorno per raggiungere il Don». Arriva l’inverno e la steppa gelata è lo scenario d’inferno che si apre ai soldati italiani: temperature fino a -45 gradi, fame, attacchi armati e tanta paura di morire. «Il freddo era insostenibile», dice ancora, «scavavamo grotte nella neve che era altissima per ripararci e trincee coperte dai rami. Sono stato in prima linea 15 giorni e 15 notti e quando i russi ci hanno bombardato ho visto cadere la maggior parte dei nostri soldati dell’artiglieria. Per fortuna non mi hanno colpito, ma vedo ancora la morte e le fosse comuni ovunque. Sono un amico della morte». Alfredo con un commilitone riuscì a fuggire camminando notte e giorno e, arrivato in una casa, fu soccorso. «Mi hanno dovuto tagliare le scarpe perché i piedi erano diventati enormi e tutti neri e mi hanno portato in un ospedale da campo. Era pieno di pidocchi, all’inizio mi hanno tagliato solo le dita con una seghetta di ferro: il dolore mi ha fatto vedere di nuovo la morte in faccia. Tornato in Italia, nell’ospedale di Pescia in Toscana mi hanno amputato entrambi i piedi, ma lì sono tornato ad alzarmi». Con un sorriso fiero Alfredo riprende: «Non dimenticherò mai la visita del re Vittorio Emanuele e della moglie e poi il Duce che mi ha decorato con una medaglia di bronzo, appuntata sul pigiama con le sue mani». Alfredo fu trasferito in un ospedale a Roma, dove scappò per la paura dei bombardamenti fino a Chieti, poi con un passaggio di fortuna fino a Roseto, e infine a Befaro con una bicicletta comprata per strada e guidata con i piedi fasciati. Le amputazioni non lo hanno scoraggiato, ha lavorato i campi fino a 95 anni e si è dedicato alla moglie Linesia Ciccone che ha perso da poco e ai figli Sergio, Leda e Francesco.
GLI AMICI ALPINI. «Una casa la loro ospitale, piena di valori e amor», riferisce il capo nucleo della Protezione civile Ana Bisenti Emiliano Di Rocco, «Alfredo per la nostra comunità è un esempio, un eroe, e in lui ammiriamo l’immancabile sorriso, lo spirito combattivo e la gioia di vivere». La sua testimonianza l’ha portata nelle scuole. «Come altri reduci della seconda guerra mondiale ha trovato il coraggio di aprirsi e raccontare la sua storia solo negli ultimi 15/20 anni», confida Franco Cretarola, ex capogruppo per vent’anni dell’Ana Bisenti e suo amico fraterno, «in lui e nell’altro reduce mutilato di Bisenti, Tonino Malascorta che purtroppo ci ha lasciati, ho notato una reticenza nel raccontare, figlia del terrore vissuto e che era stato loro inculcato. E, quando lo hanno fatto, è stato con un tono che è ancora pieno di paura. Emozionante è stata la loro partecipazione al raduno annuale degli alpini per la prima volta a 93 anni: sono stati accolti come eroi ed erano contenti come bambini». Di Pasquale in Russia aveva conosciuto Valentino Di Franco, il reduce originario di Isola del Gran Sasso con le gambe amputate scomparso nel maggio scorso alla vigilia dei 100 anni. «Alfredo, Valentino e Orlando Campestre di Castiglione Messer Raimondo si sono rincontrati dopo 65 anni dalla battaglia di Selenyj Jar», conclude Cretarola, «e quell’abbraccio è stato uno dei ricordi più profondi della mia vita. L’abbraccio e le lacrime di chi ce l’ha fatta, nonostante tutto, ma porta ancora dentro le ferite della crudeltà della guerra».
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