I familiari del dj ucciso: «Vogliamo giustizia»

L’appello dopo la chiusura delle indagini: «Nessuno deve dimenticare quello che hanno fatto al nostro Martino»
TERAMO. È l’unica consolazione possibile, semmai ci possa essere, per chi si misura con un finale senza ritorno. E se la verità giudiziaria non sempre è quella storica, in uno Stato di diritto è l’unica possibile. La giustizia di un processo è quella che invocano i familiari di Martino Caldarelli, il dj ucciso e buttato in un laghetto di Corropoli. «Ora vogliamo giustizia per il nostro Martino» dicono i fratelli e la madre del 48enne di Isola del Gran Sasso uscito di casa con l’idea di incontrare la donna conosciuta sui social e mai più tornato. In questi mesi hanno trasformato la disperazione in una lotta senza tregua per capire perché un figlio, un fratello, un cognato possa finire così.
Il giorno dopo l’avviso di conclusione delle indagini affidano all’avvocato Maurizio Cacaci, il legale che li rappresenta, l’appello. Con grande rispetto per tutti, ma con la forza determinata di chi sa che non ci può essere pace senza giustizia, la madre e i cinque fratelli dicono: «La giustizia faccia il suo corso, ma nessuno dimentichi quello che è avvenuto, la brutalità dei fatti. Martino era un uomo buono, sempre pronto a fare del bene, con una vita tutta da vivere. Amava la musica, amava la sua famiglia, aveva tutta una vita davanti».
Gli accertamenti dei carabinieri partiti dalla scomparsa di Caldarelli da subito hanno seguito una direzione precisa. A cominciare dalla traccia lasciata dal suo cellulare: quel giorno ai familiari aveva detto che sarebbe andato in palestra a Val Vomano ma l’apparecchio è stato agganciato da un cella in Val Vibrata, esattamente tra Corropoli, Nereto e Sant’Omero. Ed è qui, nell’abitazione di Corropoli che è scattata la trappola di Andrea Cardelli, 41enne di Corropoli, e Alessia Di Pancrazio, 26enne di Giulianova, i due conviventi ora in carcere con l’accusa di omicidio. La vittima e la donna in passato si erano conosciuti sempre sui social e da qualche tempo erano ripresi i contatti in particolare su Instagram e Messenger così come hanno ricostruito i carabinieri nelle indagini.
Quando venerdì 11 aprile Caldarelli è andato da lei dopo un appuntamento fissato tramite chat, è stato aggredito dai due che lo hanno ucciso a coltellate, colpito con una pala sulla testa e gettato il corpo in un laghetto vicino casa. Poi hanno riverniciato di nero la sua auto e l’hanno bruciata. Nell’avviso di conclusione delle indagini la pm Elisabetta Labanti, titolare del fascicolo, contesta non solo l’aggravante dell’occultamente di cadavere, ma anche quella della premeditazione (entrambe da ergastolo) mettendo nero su bianco l’accusa «di aver teso un agguato alla vittima». Con i risultati dell’autopsia a confermare l’iniziale sequenza di morte: Martino Caldarelli è stato ucciso con quattro coltellate con quella letale che ha reciso la vena giugulare provocando una violenta emorragia, poi colpito in testa con una pala e infine buttato nel lago dopo essere stato legato a un tronco.
Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Cardelli si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre la donna ha confermato la confessione fatta nell’immediatezza del fermo di entrambi, con lei che ha fatto ritrovare il corpo, e si è difesa dicendo: «Io non sapevo che Andrea sarebbe venuto in camera da letto dove ero con Martino, ha fatto tutto da solo, lo ha ucciso colpendolo a coltellate e poi con la pala. Io ho cercato di fermarlo, di bloccarlo, ma non ci sono riuscita. Ero terrorizzata perché lui ha minacciato di uccidere anche me». Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Lorenzo Prudenzano non ha esitato a definire la coppia «senza scrupoli e pericolosi, privi di una pur minima capacità di autocontrollo e in preda a un delirio violento e criminale».
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