I familiari: «E’ finito un incubo»

15 Ottobre 2018

La mamma e la zia dell’uomo tra le prime ad arrivare all’ospedale di Pescara

PESCARA. I volti raccontano più di tante parole. All’ospedale di Pescara, dove Giovanni Amodio è stato accompagnato dagli uomini della capitaneria di porto, in questa operazione coordinati dal comandante in seconda Donato De Carolis, le prime ad arrivare sono state la mamma e la zia .
Per loro la fine di un incubo e «una grande gioia». Poi di corsa nella saletta dove si trova Giovanni con gli abbracci e le lacrime. Ai medici che lo hanno visitato l’uomo è apparso vigile e collaborativo, anche se dopo i controlli hanno deciso di ricoverarlo nel reparto di medicina per un principio di ipotermia.
Molto probabilmente la sua corporatura robusta gli ha consentito di resistere, di non arrendersi, nella speranza che qualcuno lo individuasse in acqua. E di poter raccontare quei due giorni «da naufrago» come lo descrive il referto dell’ospedale. Ai medici ha detto di essere vivo grazie al salvagente che lo ha tenuto a galla nonostante le forti correnti marine. E alla gioia immensa per aver salvato la vita si è aggiunta anche quella per la barca. L’uomo ha cominciato a piangere per l'emozione quando in ospedale è stato informato che la sua barca era stata individuata ed era in corso il recupero proprio da parte della capitaneria e dei vigili del fuoco. Pensava di averla persa la per sempre. La barca, infatti, era affondata, tirata giù dal peso delle reti che si sono impigliate all'elica.
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