I giudici: «Ha ucciso Mihaela per una rabbia incontrollabile»

8 Gennaio 2022

Il 36enne Cristian Daravoinea condannato in primo grado a 21 anni per l’omicidio della compagna La corte: «Nell’uomo un sentimento di frustrazione dopo che lei aveva deciso di separarsi» 

TERAMO. «Un omicidio determinato da un vissuto di rabbia incontrollabile»: le motivazioni di una sentenza hanno sempre una forza propria, sono frutto di un percorso rigoroso approfondito. Così come le 36 pagine che scandiscono i perché della condanna a 21 anni inflitta in primo grado a Cristian Daravoinea, il 36enne cittadino romeno che nel pomeriggio del 9 ottobre del 2019 accoltellò a morte la compagna Mihaela Roua, connazionale di 32 anni, mamma di una bambina di sei .
Per il giudice estensore Domenico Canosa (presidente della corte d’assise davanti a cui si è svolto il processo) «la vicenda appare inquadrarsi in quelle dinamiche relazionali conflittuali che molte volte connotano le vite di coppie arrivate alla fine del loro percorso e dove talvolta si assiste ad una esplosione di aggressività con conseguenze drammatiche».
A fare da filo conduttore la perizia eseguita, proprio su incarico della corte, dallo psichiatra Renato Ariatti, che in passato si è occupato del caso di Cogne, e che per il magistrato contiene «argomentazioni ritenute di cristallino rigore logico-scientifico».
Per Ariatti, che ha dichiarato Daravoinea capace di intendere e di volere al momento dei fatti e processualmente capace, «il gesto stremo messo in atto quel giorno in danno della donna appare trovare la propria genesi nell’ambito di una incapacità ad accettare la fine del rapporto sentimentale su cui tanto aveva investito. Il gesto omicida non appare sostenuto da una condizione psicopatologica documentabile capace di inficiare la capacità di percepire la realtà, bensì sgorga al culmine di una sequenza di avvenimenti e di relativi stati d’animo che attengono alla sfera delle passioni e delle frustrazioni. Lui stesso parla di rabbia e di gelosia. Efferatezza e sproporzione del gesto non sono sufficienti a derivare, ex post, una condizione di infermità tale da rendere la persona così gravemente inficiata nella sua capacità di intendere quello che sta accadendo, e conseguentemente, anche di volere, al punto di configurare quel concetto di “grandemente scemata” che costituisce la premessa necessaria per il riconoscimento del vizio, anche parziale, di mente».
E ancora si legge: «La situazione che si delinea quel giorno orienta verso un tipico deragliamento non su base psicotica bensì emotiva e passionale». Quel pomeriggio del 9 ottobre tutto quello che Mihaela sognava per sè e la figlia sfumò in un attimo tra la camera da letto e la cucina dell’appartamento di Nereto, tra i giochi della piccola, le foto sorridenti sparse sui mobili di casa e i due fendenti al cuore. Lei e lui si stavano separando, litigi continui: particolari diversi in storie drammaticamente uguali a scandire un’altra tragedia nell’Italia dei femminicidi in cui ogni 48 ore una donna viene uccisa.
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