«I Santoleri hanno ucciso per i soldi»

Pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna di padre e figlio. I giudici: «Un omicidio d’impeto non premeditato»
GIULIANOVA. Un omicidio d’impeto con un movente economico. Così, in 103 pagine di motivazioni, i giudici del tribunale di Teramo spiegano il perché della condanna (in primo grado) di Giuseppe e Simone Santoleri, padre e figlio di Giulianova a cui sono stati inflitti rispettivamente 24 e 27 anni per il delitto della ex moglie e mamma Renata Rapposelli, la pittrice originaria di Chieti il cui cadavere venne ritrovato nelle Marche. Per i magistrati (corte d’assise presieduta da Flavio Conciatori, giudice a latere ed estensore Lorenzo Prudenzano): «Giuseppe aveva maturato un’esposizione debitoria nei confronti della moglie e non aveva alcuna intenzione di adempiere. Simone aveva da tempo manifestato la volontà di far desistere la madre dal perseguimento delle somme dovute al marito a titolo di arretrati». Per i magistrati «sussistono indizi gravi, precisi e concordanti che dimostrano come, a differenza di quanto sostenuto dall’imputato Simone Santoleri, la discussione, pacificamente avvenuta all’interno dell’abitazione degli imputati di Giulianova avesse riguardato non solo (e non tanto) il padre Giuseppe, ma anche (e in primo luogo) lo stesso Simone». Secondo i giudici Simone avrebbe messo in atto una serie di depistaggi: «Va osservato che il tentativo di Simone Santoleri di proporre, per vero sin dalle indagini preliminari (ciò che conferma la lucidità dell’imputato nel depistaggio), uno scenario alternativo che coinvolge persona a lui molto legata costituisce esattamente un indizio a carico del prevenuto, in quanto lo sforzo profuso nell’allontanare da sé ogni sospetto fa trasparire la consapevolezza della gravità del litigio verificatosi all’interno dell’abitazione e l’enorme rilevanza di tale fatto ai fini della compiuta ricostruzione della vicenda». C’è un indizio a cui i giudici fanno riferimento a pagina 90: è quello derivante da una intercettazione ambientale. Si legge a questo proposito: «Può essere qualificata come una vera e propria confessione stragiudiziale, pienamente utilizzabile siccome cristallizzata in intercettazioni telefoniche, la domanda retorica posta da Simone Santoleri durante un colloquio con il padre il 12 gennaio del 2018: “No no, ci sta, ci sta l’ergastolo, come non ci sta, ci sta ci sta! Ho ucciso mamma, scherzi? Nessuno dice: ma quella non ci ha fatto già soffrire abbastanza, no? Quanto ci ha fatto soffrire quella? Uuuh! Quante ce ne ha fatte passare? Di chi è la colpa?”». Secondo i giudici «contrariamente a quanto sostenuto dall’imputato durante il proprio esame dibattimentale non si trattava di illustrare le possibile conseguenze sanzionatorie previste dalla legge per i reati contestati, bensì di un vero e proprio sfogo; tanto è dimostrato dalla circostanza che l’imputato aveva fatto riferimento al male subito dalla madre e alle colpe della madre che era rimasto inerte. Tali riferimenti non hanno spiegazione logica se non reputando che l’imputato avesse ceduto a un attimo di sconforto, a fronte del progressivo consolidamento indizi gravi a suo carico che ne avevano disvelato il mendacio e avesse rammentato al padre che di certo la colpa di quanto era accaduto non era a lui imputabile, bensì alla stesa vittima e al padre che lo aveva costretto all’azione delittuosa». Simone è difeso dagli avvocati Gianluca Reitano eGianluca Carradori. Il padre da Alessandro Angelozzi.
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