I sindaci: lo sblocca cantieri è una beffa

4 Giugno 2019

I primi cittadini del cratere, riuniti da D’Alberto, lanciano un nuovo allarme e minacciano di occupare il Parlamento

TERAMO . Indossano la fascia tricolore per sottolineare il ruolo istituzionale. Siedono, allineati, davanti al portone chiuso della sede principale del municipio ingabbiata dalle impalcature per i danni del sisma. Si presentano così, i sindaci del cratere a cavallo tra Marche, Umbria e Abruzzo per il terremoto del Centro Italia. In uno dei luoghi simbolo della ricostruzione-lumaca lanciano la mobilitazione contro quella che il primo cittadino teramano Gianguido D’Alberto definisce la «grave sottovalutazione dell’emergenza che ha colpito i nostri territori». I sindaci si rivolgono al governo e ai parlamentari che rappresentano le comunità ferite dalle ripetute scosse tra fine 2016 e 2017, puntando ancora una volta il dito contro la mancanza di misure e risorse per dare corso alla fase post emergenziale.
DECRETO BEFFA. Nel mirino c’è l’ennesimo provvedimento, l’ultimo della serie, che il Parlamento si accinge a varare in riferimento al sisma del Centro Italia. L’Anci, l’associazione dei Comuni, ha presentato una serie di proposte da inserire nel decreto Sblocca cantieri destinate ad accelerare la ricostruzione. Tra queste spiccano l’incremento di personale per gli uffici tecnici di Comuni a cui andrebbero passate le pratiche per gli immobili inagibili con esiti B e C, quelli che hanno subito danni meno gravi, e procedure snellite per gli interventi sul patrimonio pubblico. «Si tratta di emendamenti concordati in vari incontri istituzionali», ricorda Maurizio Mangialardi, coordinatore delle Anci regionali e sindaco di Senigallia, «costano poco e vanno solo approvati». Il rischio molto concreto, però, è che le istanze dei Comuni colpiti dal terremoto siano accolto solo in minima parte o che addirittura restino del tutto fuori dal decreto qualora il governo dovesse porre la fiducia sulla sua approvazione alla Camera. «Vogliamo vedere chi si assumerà questa responsabilità», tuona D’Alberto, «le risposte finora sono state insufficienti e non vorremmo che gli impegni fossero legati solo al momento elettorale».
FRONTE COMUNE. Per il primo cittadino «non c’è percezione del dramma che vivono i nostri territori e questo non possiamo tollerarlo». La mobilitazione, dunque, è l’estremo tentativo per far valere le ragioni delle popolazioni dell’area del cratere e i sindaci non escludono un’occupazione pacifica del Parlamento. «Siamo tutti uniti», evidenzia D’Alberto, «abbiamo fiducia nelle istituzioni, ma servono misure eccezionali». Non basta, anzi suonano come una presa in giro i 200 tecnici in più che stando alle misure annunciate dal governo, dovrebbero essere distribuiti tra gli oltre 190 comuni terremotati. Mangialardi insiste per fare pressione sui parlamentari al di là delle appartenenze politiche e tra i più agguerriti c’è il sindaco di Cortino Gabriele Minosse. «Hanno partecipato alla prima riunione per fare passerella», attacca, «ma quando hanno capito che non contano nulla a Roma, non si sono più visti perché avrebbero dovuto prendere impegni». A dargli manforte su questo argomento è il suo collega di Crognaleto Giuseppe D’Alonzo. «Servono azioni forti», scandisce, «se sul decreto verrà posta la fiducia, ci ritroveremo con un pugno di mosche in mano».
FATTI, NON PAROLE. La richiesta unanime degli amministratori è di strumenti legislativi e operativi per avviare una volta per tutte l’uscita dall’emergenza. «Non ci devono prendere in giro», rincara la dose il presidente della Provincia Diego Di Bonaventura, «c’è bisogno di personale per utilizzare le risorse disponibili: se non lo fanno vuol dire che o sono incapaci o hanno un disegno diverso». Alcuni esempi concreti della ricostruzione lumaca li fa il sindaco di Norcia Nicola Alemanno: «Per rimettere in piedi un immobile di 400 metri quadri servono undici mesi, ma l’istruzione della pratica ha richiesto due anni e mezzo. Si spende più per il contributo di autonoma sistemazione che di lavori per rendere di nuovo agibile una casa: non è possibile. Il più grande cantiere da sbloccare è quello del Centro Italia, siamo pronti ad andare a Roma anche domani per continuare il confronto, ma non possiamo più accettare questa condizione». I piccoli Comuni sono sull’orlo del baratro. «I cittadini vanno via e non torneranno», afferma il sindaco di Arquata del Tronto Aleandro Petrucci, «e quando le case saranno ricostruite nessuno ci abiterà più». Per il sindaco di Castel Castagna Rosanna De Antoniis serve un decreto ad hoc: «Senza un provvedimento specifico il nostro terremoto passa in secondo piano».
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