Il caso di Giulia va alla Corte europea

Dopo il diniego della Procura alla riapertura delle indagini, i genitori non si fermano: «Accertare la verità è un atto dovuto»
TORTORETO. Una mamma e un papà che non si arrendono, un caso giudiziario aperto. Perché dopo il no della Procura alla riapertura delle indagini sulla morte archiviata come suicidio, la vicenda della 19enne Giulia Di Sabatino, precipitata cinque anni fa da un cavalcavia dell’A14, è destinata a finire all’esame della Corte Europea di giustizia. «Siamo sempre fermamente convinti che si tratti di un omicidio e non di un suicidio», dicono papà Luciano e mamma Meri, «accertare la verità e le effettive responsabilità è un atto dovuto alla memoria di nostra figlia e soprattutto necessario alla tutela dei nostri giovani». Al loro fianco da sempre l’avvocato Antonio Di Gaspare.
Il legale nella istanza di riapertura aveva puntato, tra le altre cose, sulla testimonianza di un uomo che afferma di aver visto Giulia andare dalla parte opposta a quella ricostruita da investigatori e inquirenti. Elementi che, hanno scritto i pm Davide Rosati e Enrica Medori, nel provvedimento di diniego «non hanno pregnanza dichiarativa tale da inficiare la ricostruzione attenta ed analitica degli spostamenti della ragazza». Così commenta l’avvocato Di Gaspare: «La motivazione del diniego ci lascia basiti. Abbiamo offerto una importante testimonianza, raccolta anche su suggerimento del gip nel decreto di archiviazione, in base alla quale è emerso che Giulia ha tenuto un percorso completamente diverso rispetto a quello immaginato e in buona parte presunto dagli investigatori con necessità di ricalcolare tutti i tempi e gli spostamenti. Nel diniego alla riapertura si sottolinea che il teste “asseriva di aver incontrato Giulia Di Sabatino la notte del 31 agosto 2015 intorno alle 23.30 nel centro del paese di Tortoreto alto e che la stessa camminasse tranquillamente”, ma la Procura ritiene che questo elemento non sia una effettiva novità tale da imporre la riapertura delle indagini». E precisa a questo proposito il legale: «L’importanza della dichiarazione non colta non è che Giulia alle 23.30 fosse in paese bensì che da casa sua, dopo il lavoro, si è diretta verso il centro del paese e non verso la via che porta fuori dal paese così intercettando diverse telecamere mai verificate e soprattutto non immediatamente verso il cavalcavia luogo del decesso». Nell’istanza, presentata dopo l’archiviazione disposta dopo un primo no alla richiesta della Procura che ha sempre indagato per istigazione al suicidio, sono stati sollevati anche punti riguardanti altre testimonianze. «La famiglia di Giulia», conclude il legale, «non si ferma».
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