Il “Cubo” di Esposito finisce all’università

8 Febbraio 2018

L’opera era in un magazzino, sarà esposta e illuminata di notte all’esterno della sede di Colleparco

TERAMO. Con una luce gialla che la renderà visibile anche di notte, un simbolico “faro” sulla città, l’opera di Diego Esposito “Naos” sarà collocata all’esterno dell’università. E’ stato deciso inel corso di un incontro fra l’artista, il presidente della Provincia Renzo Di Sabatino, il rettore Luciano D’Amico e Paola Di Felice, ex direttrice dei civici musei .
A individuare la nuova collocazione del famoso cubo è stato lo stesso Esposito che la vede come un “faro”, un “ponte” di collegamento fra università e città nel segno di una ritrovata attenzione verso la cultura e l’arte.
Dopo aver appreso che l’opera era smontata nelle aree di risulta del Parco della Scienza, il presidente della Provincia aveva scritto al commissario Luigi Pizzi per proporre uno spazio espositivo dignitoso a uno dei pezzi che caratterizzò la mostra d’arte contemporanea Exempla 2, che vide Esposito, teramano d’origine, fra i principali protagonisti. «Le mie opere», dichiara Esposito, «sono sempre pensate in un contesto di dialogo con i luoghi dove si collocano e, oggi, penso che la sistemazione di Naos sulla collina, all’interno degli spazi dell’Università di Teramo, restituiscono a questo pezzo il valore simbolico che gli ho attribuito quando l’ho realizzata».
Dopo il sopralluogo dell’altrieri si sta lavorando alla nuova installazione – nel lato sinistro dell’università sotto l’ultimo blocco – e Provincia e università stanno collaborando per una cerimonia di inaugurazione. «Una proposta che ci è piaciuta subito», commenta Di Sabatino, «il senso di comunità si costruisce anche così; con le opere di Exempla, mostra che fu realizzata anche con il contributo della Provincia, si volevano accendere i riflettori su questa città. Oggi riaccendiamo, simbolicamente, quella luce, un augurale viatico per una città alle prese con un processo di ricostruzione dopo le calamità che l’hanno colpita».