Il figlio imputato: «Siamo caduti e mio padre ha sbattuto la testa»

In aula parla l’architetto accusato di omicidio per la morte del genitore dopo una violenta lite «Non ho pensato a chiamare il pronto soccorso, respirava e gli ho fatto io il massaggio cardiaco»
SILVI. «Siamo caduti e papà ha battuto la testa a terra, ho sentito che respirava e ho pensato che c’era una speranza». Le tragedie perdono il tempo: un’eternità o un secondo a scandire l’epilogo. Giuseppe Di Martino parla in un’aula di tribunale: il 48enne architetto accusato di aver ucciso il 75enne papà Giovanni al termine di una violenta lite scoppiata nella casa di Silvi nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2019 riavvolge la cronaca. Per la Procura un omicidio volontario, per la difesa una caduta accidentale.
Di Martino, accento francese lasciato dai tanti anni vissuti all’estero, si sottopone all’esame da imputato e dalle 10 del mattino fino al tardo pomeriggio risponde alle domande incalzanti del pm Enrica Medori che più volte torna su quella caduta dalle scale di scale di Giovanni prima della tragedia con l’uomo che in quell’occasione finisce all’ospedale di Pescara in coma farmacologico. Agli atti un episodio accidentale avvenuto mentre padre e figlio scendevano le scale per portare delle cose in garage.
L’architetto racconta dell’infanzia e dell’adolescenza in Svizzera con mamma e papà «che litigano sempre per questioni economiche e con una educazione dura da parte di papà che da piccolo in alcune occasioni mi ha picchiato». Poi della decisione, a 22 anni, di restare mentre i genitori tornano in Italia. Dalla Svizzera va in Brasile per lavorare nel sushi bar dello zio dove piano piano entra in società. Ma subentrano problemi economici, la società non va più e lui nel 2018 torna a Silvi dai genitori: «Li ho trovati invecchiati e non molto felici». La mamma vuole separarsi e lui pensa che possa essere la soluzione migliore per tutti: «Provavo sollievo e tristezza perché nessun figlio vorrebbe vedere i genitori separati». Racconta che la mamma vuole andare a vivere a Domodossola dove ci sono dei suoi cugini, in una zona vicina alla Svizzera dove vive l’altro figlio. Lui l’avrebbe accompagnata e poi sarebbe ripartito per il Brasile. Entrambi, dice, avevano dei soldi in contanti. Quella sera i bagagli sono pronti ed è arrivato anche il camion dei traslochi. «Io e mamma siamo andati a cena fuori», racconta, «quando siamo rientrati papà stava vedendo la tv. Io sono andato in camera e così ha fatto mia mamma dopo averlo salutato». Ma poco dopo sente i genitori parlare e così scende in salone e li vede seduti uno di fronte all’altro: «Papà diceva che lei doveva rimanere lì. Mi sono in mezzo con le spalle a mia mamma e ho allungo un braccio verso papà che mi ha afferrato il braccio. A quel punto papà ha perso l’equilibrio, è caduto a terra e io sopra di lui. Nel cadere ha battuto la testa prima sul tavolino e poi per terra. Ho fatto di tutto per liberarmi, ci sono riuscito. Papà si è rialzato e ha ricominciato. A questo punto per liberarmi l’ho spinto e siamo caduti ancora una volta e lui ha sbattuto ancora la testa sul tavolino e sul pavimento». Racconta che in quel momento il padre respirava, di avergli sentito il polso. «Non ho pensato a chiamare il pronto soccorso», dice, «ho pensato che se respirava c’era una speranza. Gli ho fatto il massaggio cardiaco e poi la respirazione a bocca. Poi l’ho sollevato e trascinato verso la macchina. Fuori casa ho inciampato e papà è caduto. Poi con la mamma siamo andati all’ospedale di Atri. In auto sono andato piano per lo stress e perchè non conoscevo la strada». Fin qui le risposte al pm. Successivamente quelle al suo avvocato Marco Pierdonati. La corte d’assise presieduta da Flavio Conciatori (a latere Francesco Ferretti) ha già disposto una sua perizia medico legale sulle cause della morte.
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