Il figlio: «Non volevo uccidere papà»

Di Rocco al giudice: «Mi dispiace, ho preso il coltello solo per fargli capire che non poteva continuare a trattarmi così»
TERAMO. I macigni nel tempo sono diventati macerie. E ora che quel che non poteva essere è stato, un’udienza di convalida diventa il momento in cui liberarsi di quei macigni.
Francesco Di Rocco, 49enne studente universitario fuori corso di veterinaria, parla per quasi due ore nella saletta del carcere di Castrogno. Al giudice Marco Procaccini racconta delle coltellate mortali inferte all’83enne padre Mario nella cucina di casa dopo un litigio, l’ennesimo di una vita. «Non volevo uccidere», dice, «non avrei mai voluto fare del male a mio padre anche se per una vita mi ha oppresso. Ho preso il coltello perché volevo fargli capire che non potevo più andare avanti a sopportare. Lunedì sera mi ha rimproverato per gli adesivi sull’insalatiera, ho preso un coltello che non era appuntito e con quello l’ho colpito non so quante volte. Non ricordo. Quando è caduto a terra mi sono fermato e ho chiamato il 118 per i soccorsi. Il coltello l’ho lavato con l’acqua perché avevo timore che mio padre potesse sgridarmi perché lasciato sporco. Lavavo sempre tutto quello che potevo sporcare in cucina perché lui voleva tutto in ordine. Mi dispiace per quello che successo, mi dispiace sia morto. Mai avrei voluto finisse così».
tV solo fino a mezzanotte
e schiaffi alla moglie
Questo studente fuori corso, descritto dagli ex compagni di liceo come «oppresso dalle angherie psicologiche del padre», davanti al giudice è un fiume in piena. «Mio padre mi opprimeva da sempre con violenze psicologiche», racconta, «ogni sera metteva la sveglia a mezzanotte perché diceva che potevo guardare la televisione solo fino a quell’ora. Poi voleva che andassi a dormire e io così facevo. Non voleva frequentassi amici, ma questo da quando andavo a scuola. Qualche tempo fa ho invitato un conoscente a prendere un caffè a casa e lui si è arrabbiato tantissimo. Con me violenze psicologiche, ma verso mia madre anche maltrattamenti fisici e più volte l’ha presa a schiaffi. Nessuno di noi ha mai denunciato. Nel tempo la situazione è peggiorata. Quando qualche anno fa mia mamma è morta ho pensato che potesse cambiare visto che eravamo rimasti soli e quindi dovevamo farci forza insieme. Ma così non è stato. Anzi, la situazione è peggiorata». Al giudice che gli chiede perché, vista la situazione, non abbia pensato di andare via di casa risponde: « La sua è un’ottima osservazione, maio ero convinto che da figlio il mio posto fosse con mio padre. Non l’avrei mai abbandonato, ci sarei sempre stato per accudirlo quando il peso dell’età si sarebbe fatto sentire. Non lo avrei mai portato in una casa di riposo e mai avrei pensato di poterlo uccidere. Nonostante tutto, nonostante il suo atteggiamento oppressivo, il fatto che non mi rivolgesse mai la parola, che mi trattasse come spazzatura io non ho mai pensato di ucciderlo».
«IN CARCERE finalmente Ho socializzato con qualcuno»
Al suo avvocato Federica Benguardato dice che in carcere si trova bene. «Per la prima volta ho socializzato con qualcuno», aggiunge in udienza riferendosi al compagno di cella, «a casa non parlavo e mio padre non voleva che frequentassi amici. Io non potevo incontrare nessuno per fare quattro chiacchiere. Lui mi controllava e se lo facevo si arrabbiava e mi rimproverava. In casa non mi rivolgeva mai la parola, solo quando mi doveva rimproverare e questo succedeva per ogni cosa. Faceva tutto lui: la spesa, la cucina, il pagamento delle bollette. Lui gestiva tutto. Io potevo solo portare la spazzatura fuori la sera».
La difesa chiede gli arresti
domiciliari
Al termine dell’udienza, in cui il giudice convalida e conferma l’accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi e dal rapporto di parentela, l’avvocato chiede la revoca della misura cautelare in carcere e la concessione dei domiciliari con braccialetto elettronico mentre conferma che chiederà una consulenza psichiatrica. «Allo stato attuale dei fatti non c’è né il pericolo di fuga né quello di reiterazione del reato» commenta il legale. Il giudice su questo si è riservato.
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