Il geologo: i guai di oggi da un errore negli scavi

Per Adamoli bastava fare il traforo più in là per non avere problemi con l’acqua «Perforata la falda hanno dovuto fare dei drenaggi, inadatti per l’acquedotto»
TERAMO.. «Quel sistema è nato con un altro scopo, non per la captazione dell'acqua potabile». Nella storia del traforo del Gran Sasso, iniziata con i primi scavi quasi cinquant'anni fa, si annida l'anomalia che spiega la vulnerabilità della rete idrica tornata d'attualità con la recente contaminazione da toluene. A raccontarla - nel primo di una serie di articoli del Centro sul Gran Sasso e le sue acque- é Leo Adamoli, geologo e massimo conoscitore della vetta più alta dell'Appennino.
«Quando perforarono la falda l'acqua invase la galleria con danni enormi, che costarono la vita a 14 persone impegnate negli scavi, e notevoli ritardi nella realizzazione dell'opera», racconta il tecnico, responsabile nazionale della sezione di geologia ambientale della Società geologica italiana, «fu necessario dunque favorire il drenaggio per abbattere la pressione idrica che, nella parte centrale, raggiungeva il livello mai visto prima di 64 atmosfere». Per dirottare il potentissimo getto d'acqua vennero aperti fori nella roccia, lunghi anche cento metri e che Adamoli definisce "aureole", creando così le condizioni per far proseguire i lavori senza problemi. Quelle perforazioni nella zona sovrastante le volte dei tunnel svolgono tuttora la funzione originaria. «Impediscono il ricostituirsi di pressioni eccessive al di sopra della galleria che potrebbero comprometterne la tenuta», osserva, «e sono ancora utilizzati per la captazione delle acque che poi finiscono nelle reti».
L'anomalia dunque sta nel fatto che il sistema non era stato concepito per l'approvvigionamento idrico, ma per abbattere la falda. «Fino a quel momento l'acqua veniva prelevata dalla sorgente del Ruzzo con un bell'esempio di captazione da parte della società acquedottistica che negli anni '60 ha fatto un'ottima gestione della risorsa», sottolinea Adamoli, «combinato il guaio, però, si pensò che non si poteva disperdere un bene così prezioso». Fu quindi avviata la captazione. «Di fatto è stata creata una nuova sorgente», rileva, «dalla parte centrale del traforo, dove ci sono anche i laboratori dell'Infn, l'acqua finisce nel canale aperto sotto il piano viabile e da lì viene immessa nelle reti con una portata che oscilla tra 630 e 900 litri al secondo». E’un quantitativo di cui oggi, a detta dell'esperto, non si potrebbe fare a meno per il fabbisogno idrico di un milione di cittadini raggiunti dagli acquedotti di Teramo, L'Aquila e Pescara alimentati dalla falda del Gran Sasso, ma da cui sono derivati i problemi emersi anche di recente.
Il sistema di drenaggio non concepito per la captazione è all'origine degli allarmi creati dalle interferenze con l'A24 e i laboratori di ricerca. «I punti di prelievo sono in deroga alle norme che impongono aree di rispetto», chiarisce Adamoli, «non ci possono essere stoccaggi di sostanze pericolose a meno di 200 metri, ma qui parliamo di poche decine di metri dalle sale dell'istituto di fisica nucleare». Di quell'acqua non ci sarebbe stato comunque bisogno. «Le aumentate esigenze nel corso dei decenni potevano essere soddisfatte con la captazione di altre sorgenti, oltre che riducendo la notevolissima dispersione idrica lungo le reti», osserva il geologo, «con interventi ecosostenibili». Il traforo si poteva fare altrove. «Sarebbe bastato spostarsi di 15 chilometri verso il passo delle Capannelle», evidenzia, «non ci sarebbero stati problemi e l'opera sarebbe costata anche meno». Le criticità erano prevedibili anche cinquant'anni fa. «Decisero Remo Gaspari e Lorenzo Natali per portare ricchezza nell'alta Val Vomano, ma già allora c'erano elementi per capire», tiene a precisare il tecnico, «gli esperti italiani e francesi che supportarono il progetto non fecero grandi indagini: i sondaggi veri, a oltre mille metri, furono realizzati nel '72 e nel '74 quando gli scavi erano iniziati e tutti si preoccuparono per gli incidenti».
Gennaro Della Monica

