Teramo

Il papà di Francesco: «Mio figlio morto per un incidente, i suoi organi hanno salvato 4 vite»

11 Giugno 2026

Teramo, la testimonianza del papà del 35enne caduto da una finestra: «Nessun gesto estremo, stava montando la zanzariera. Francesco aveva tanti progetti per il futuro, lavorava nell’informatica e conosceva 4 lingue»

TERAMO. Un dolore di quelli che aprono il cuore e non sanno più rimetterlo a posto. Perché a un certo punto finiscono pure le lacrime lasciando chi resta nella posizione innaturale di un genitore senza più figlio.

Dino Marziale ha attraversato gli ultimi quaranta giorni come in una tempesta: il figlio Francesco precipitato da una finestra di casa, sette giorni nel reparto di rianimazione, la morte, la scelta di donare gli organi. È oggi che il suo Francesco vive nelle vite degli altri, le parole disegnano ricami dell’esistenza, delicati e complessi. Perché a partire da una data l’esistenza vira, cambia la percezione delle cose. «Con Francesco una parte di me è finita con lui», dice Dino, «ma vorrei che mio figlio fosse ricordato per la persona generosa e disponibile che era con tutti, per la sua grande passione per l’informatica e lo studio delle stelle , per la sua grande sensibilità».

Francesco Marziale aveva 35 anni, viveva a Castelnuovo Vomano dove si occupava di grafica pubblicitaria, progetti informatici, traduzioni in lingua inglese. Tre anni fa aveva perso la mamma. «Conosceva quattro lingue», racconta Dino, «era un ragazzo con tanti progetti per il futuro. Qualcuno pensa che sia stato un gesto estremo, ma Francesco è morto per un incidente, un drammatico incidente dimostrato anche da quello che è stato trovato. Mio figlio quella mattina stava cercando di montare una zanzariera alla finestra della mansarda. Lui era alto, un metro e 85. Probabilmente nel farlo si è sporto ed è caduto precipitando da un’altezza di circa 4 metri. Vicino alla finestra sono stati ritrovati i pezzi della zanzariera e nel balcone sottostante alcuni pezzi della finestra rotta».

L’incidente è avvenuto la mattina del 29 aprile. Poi la corsa in ospedale, la gravità delle condizioni emersa fin da subito, sette giorni nel reparto di rianimazione. «Io non auguro a nessun genitore di ritrovarsi in una situazione come questa», continua Dino, «ma siccome la vita decide senza chiedere allora dico solo che qualora dovesse succedere auguro a tutti di trovare quei medici che ho incontrato io nel reparto di rianimazione dell’ospedale Mazzini. Con una professionalità e una empatia che in quei giorni drammatici hanno sicuramente fatto la differenza per me e per l’altro mio figlio che da un momento all’altro ci siamo ritrovati in una tragedia come questa. Quando le condizioni di mio figlio sono precipitate, io e il fratello abbiamo deciso per la donazione degli organi. Francesco non era iscritto all’Aido e sinceramente non ne avevamo mai parlato. Ma era un persona di grande generosità».

E poi ci sono i ricordi a indicare la via, a orientare la bussola quando l’esistenza vira. E anche questa volta le parole di papà Dino fermano il tempo e il respiro di chi ascolta.

«Mio figlio è sempre stato a bravo a disegnare», dice, «in terza media aveva partecipato a un concorso indetto dai donatori di sangue per promuovere la donazione. Aveva disegnato un cuore sorretto da due mani e la sua opera si era rivelata quella vincitrice a livello regionale. Quel disegno fatto tanti anni prima mi ha indicato la via della donazione degli organi. Sono sicuro che lui avrebbe voluto questo. E oggi che Francesco non c’è più i suoi organi hanno salvato quattro vite».

Perché quando il mondo si ferma serve il coraggio di un genitore per farlo continuare a girare.

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