«Il parco fluviale? Cementifichiamolo»

La provocazione del giornalista D’Amore: basta ambientalismo, è il cemento la vera espressione della teramanità
«Intervengo, nel dibattito aperto dai colleghi de "il Centro" sulla Teramo futura e, in particolare, sul parco fluviale quale luogo identitario e risorsa da valorizzare, perché mi pare che negli interventi precedenti, anche autorevoli, non sia mai stata colta la vera espressione della teramanità.
Ho letto, infatti, le varie proposte, dalla gestione condivisa agli orti sociali, dal superparco in salsa valenciana alla superpista ciclabile, con variabili anche ardite sul tema del parco fluviale, ma senza mai trovare quella che è la cifra stilistica primaria, cioè l'espressione perfetta dell'anima stessa della città.
Il cemento.
Credo, infatti, che siamo ormai pronti a liberarci di tutti questi vetero-ambientalismi, che ci fanno considerare moderne le presenze del verde pubblico. E' falso: il verde appartiene ad una fase storica arcaica, quella della civiltà delle campagne, mentre la storia dimostra che lo sviluppo è segnato dalla nascita delle città.
Dal cemento, appunto.
Quella che propongo, dunque, è un'idea innovativa, che farebbe di Teramo finalmente un punto di riferimento, urbanistico e culturale, dimostrando una vivacità progettuale e una coincidente capacità amministrativa, identificabile nel coraggio di un'amministrazione che, mentre tutti inseguono impercorribili "corridoi verdi", costruisce al contrario ben più percorribili "corridoi grigi".
La cementificazione totale del parco fluviale, fatta eccezione ovviamente per lo spazio riservato allo scorrere del fiume, che sarà realizzato in plexiglas trasparente, porterà tutta una serie di vantaggi.
1)Eliminazione dei costi di manutenzione del verde.
2)Realizzazione di una ampia pista ciclabile, del tutto simile a quella della Gammarana, tra il palasport di Scapriano e gli impianti sportivi dell'Acquaviva, e tra l'Acquaviva e la Cona.
3)Facilitazione delle operazioni di consegna e ripresa dei bambini del Micronido, da parte delle mamme.
4)Risoluzione del fastidioso problema del parcheggio allo Smeraldo, in occasione della proiezione dei film di maggior richiamo.
5)Eliminazione degli angosciosi parcheggi sotto-ponte all'ex Galadhrim.
6)Risoluzione del rischio "crollo ponticelli" al passaggio dei mezzi della TeAm.
7)Eliminazione dell'usura da fango sulle scarpe da jogging.
8)Maggior amplificazione del rumore dei "bastoncini" per i gruppi di nordic walking.
Certo, la cementificazione totale del lungofiume avrà costi considerevoli, ma esistono di sicuro finanziamenti europei (ce ne sono per ogni cosa), ai quali potrà attingere il Comune. In caso contrario, una serie di project financing aperti ai costruttori locali che, con la promessa di mantenere il cemento in perfetto stato, potranno essere autorizzati a realizzare campi da tennis o volley, piste di pattinaggio, eliporti, parcheggi, ma anche oasi ristoro, arrosticinerie, bruschetterie, birrerie open air.
Giova, a questo punto, che io precisi che la mia è solo una provocazione. Lo faccio, non dandolo per scontato, perché la storia più e meno recente della nostra città insegna, dolorosamente, come idee del genere siano state raramente una provocazione. La scelta del cemento, malinteso veicolo provinciale della modernità, ha imbruttito Teramo, non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche sociale, con una sorta di "ingrigimento" della coscienza collettiva, che ha generato poi per gemmazione un imbarbarimento di quelle singole. Siamo rassegnati. E' la peggiore delle condizioni "civiche" per chi vive e partecipa delle sorti di una città. Siamo rassegnati. Al peggio. All'ineluttabile destino di periferizzazione, che sembra esserci riservato. In una mia intervista televisiva, qualche anno fa, l'avvocato Walter Mazzitti - che pure tanto si era speso per l'ambiente cittadino - definiva Teramo "Una periferia senza più centro".
Questo siamo.
No. Non nelle dinamiche urbanistiche e progettuali, anzi anche in quelle, ma soprattutto in quelle sociali. Il dibattito lanciato da "il Centro", cioè questo forum sulla Teramo Futura, avrebbe dovuto scuoterci, chiamandoci tutti ad un'espressione, ad una proposta, ad un'idea. Invece, a parte i "soliti noti", la città resta come sempre inerme, preferendo accapigliarsi su Facebook per un cane abbandonato, un'auto fuori posto, magari un vigile visto al bar o l'insegna di negozio attaccata male. Siamo spaesati, nel senso vero di "privati di un paese", che nel nostro caso è una città un tempo capoluogo di provincia, oggi incamminata sull'asfalto malmesso di un percorso autodistruttivo. Percorso che non impedisce a qualcuno, in ossequio alla politica del brevissimo periodo, di far brillare qualche specchietto per le allodole elettrici. Così, va a finire che una mia idea, quella del Museo della fantasia, finita per un caso curioso nel programma di Chiodi sindaco, e realizzabile gratuitamente, rispunta una quindicina d'anni dopo, ma stavolta a pagamento, portata in città da un personaggio della tv. E la città assorbe, senza fiatare.
Rassegnata.
Non è finita, però. Dobbiamo e possiamo fare qualcosa. Subito. Cominciando, magari, col riscoprire la capacità di sognarcela una città, prima di averla. Dobbiamo immaginarcela, la Teramo futura, partendo non da quello che siamo, ma da quello che vorremmo essere. E provarci. La mia proposta, è quella della cancellazione degli assessorati tecnici (Lavori pubblici, manutenzioni, urbanistica, traffico…) per creare un superassessorato alla "Teramo futura" che, con l'appoggio di un pool di archi-star (allettati più dall'unicità del progetto, e dalla possibilità di affidarlo alla storia col loro nome, che dal possibile guadagno) possa ripensare Teramo. Cominciando dal parco fluviale, per arrivare alle macroaree urbane, sia quella del complesso "Vecchio Stadio - Casa dello Sport - Ciotti Ventili - Ospedaletto", sia quella dell' ex manicomio. Tre aree di intervento, sulle quali dobbiamo avere il coraggio di sognare la Teramo futura. Coraggio vero.
A Bilbao, città basca del Nord della Spagna, lontana dai flussi turistici e conosciuta all'estero quasi esclusivamente per una squadra di calcio, la costruzione di un solo museo, il Guggenheim, ha prodotto un indotto di 620 milioni di euro in soli tre anni.
Hanno avuto coraggio».
Antonio D’Amore
(giornalista)
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